Ho finito di leggerlo, una sofferenza doverlo lasciare. È un viaggio che dovrò fare ancora.
L’inganno di Veronica Tomassini è per me un capolavoro.
Uno stile unico, originale, una corrente che trascina nel mondo della protagonista, uno sguardo diverso sulla realtà, denso, profondo. L’attenzione maniacale ai dettagli, la lentezza dello scorrere degli eventi, in realtà pochi, questo girovagare senza scopo per le vie di una Milano incomprensibile, con uno sguardo sin troppo lucido sulle cose, ché come sempre capita i due opposti combaciano.
Diresti ad ogni verso, ogni parola, che la protagonista esagera, e ad ogni verso, ogni parola, che la realtà non è mai stata rappresentata più prossima al vero come in quel piccolo verso.
Tazze di tè versate a ralenti, tutta la vita in piccoli frammenti di scena. Parole precise, taglienti, piene di fascino. Cattedrali maestose, fiori di cui si avverte l’aroma, e poi squallidi letti per chi è al margine del mondo, la poesia di una scelta radicale, il puzzo che entra nelle narici.
Non è un romanzo ma un insieme di folgori, la maestosità del piccolo, la sensazione di pianto improvviso che abbiamo davanti all’arte, e che varie volte ho avuto nella lettura, una cascata che sprigiona d’improvviso, si rinnova sempre e poi è già sparita, tutto questo sbocciare e sfiorire nello stesso verso…
Nessuno legga L’inganno di Veronica Tomassini se non per farsi prendere a schiaffi, scaraventare a terra, sconfitto, poi ritrovato tra immagini vivifiche e mortali, ancora perso, scorato, risanato nei momenti che ha provato uguali e ha schivato, magistralmente allenati alla sopravvivenza, come siamo.
È la protagonista che sopravvive mentre tutti si immergono nella vita, nei suoi riti, nei suoi rintocchi di tempo, nelle sue conquiste preconfezionate, o invece tutti sopravvivono mentre lei sperimenta il flusso della vita, come fanno i bambini o i “pazzi”? Questo mi chiedo quando concludo la lettura.
Attimi, senza una trama precisa, immagini estranee le une alle altre che noi ci ostiniamo a ricomporre, a chiamare Sogni, Vita – vissuti dalla protagonista con coraggio: così come sono, senza bisogno di catalogarli. Momenti di dolore, perdizione, solitudine, ricerca di senso, emozioni che proviamo tutti ma che allontaniamo, liquido al veleno rinchiuso nelle bottiglie delle nostre conquiste del giorno. Inganni.
Ma anche tanta dolcezza, una tenerezza così sprotetta, così autentica, che oggi forse considereremmo ingenuità, e che invece suscita sincera affezione verso la protagonista, la voglia di abbracciarla e dirle grazie, per quel viaggio che fa a nome di tutti.
Una rinuncia docile e radicale alle cose del mondo, una rivelazione.
Dovrebbero leggerlo tutti.

