Uno dei temi che emergono dal tuo romanzo è quello della violenza sulle donne, della quale è vittima una delle due protagoniste del libro. Qual è il tuo giudizio sull’approccio “istituzionale” di oggi al tema della violenza di genere? Il supporto alle donne vittime di violenze sessuali e/o domestiche a tuo avviso è adeguato?
Il tema della violenza mi è molto a cuore. Nel mio romanzo parlo della violenza sulle donne, ma cerco di porre l’attenzione sugli aspetti relazionali “malati” da entrambe le parti: vittima e carnefice. Sono entrata in contatto con situazioni di questo tipo durante il mio percorso formativo e professionale, ma ne ho anche un’esperienza più personale, per aver aiutato delle persone a me care in momenti di grande difficoltà. In tutti questi casi mi sono resa conto di imbattermi in un sistema complicato e burocratizzato che di fatto è molto distante dalle reali esigenze di chi si trova in pericolo. La persona vittima di violenza si trova spesso sola ad affrontare tutto questo e non è raro che nel momento in cui decide di ricorrere alle vie giudiziarie la situazione di violenza possa addirittura capitolare, fino ad estreme conseguenze. In qualche modo nel mio romanzo si respira questa assenza di fiducia in una via di uscita concreta.
Qual è invece il tuo punto di vista sulla rappresentazione mediatica di questo fenomeno? È adeguata o secondo te ci sono aspetti come la “colpevolizzazione” delle vittime o un eccessivo allarmismo che possono avere effetti negativi nel contrasto al fenomeno?
Sicuramente c’è un’attenzione esponenziale alla tematica, con un numero crescente di panchine rosse e deviazioni sul tema in qualsiasi trasmissione televisiva o evento di piazza; però questa attenzione assume dei tratti, a mio avviso, poco edificanti e anzi piuttosto ossessivi e sconvenienti. Mi sembra che l’accento venga posto sulla guerra psicologica tra uomo e donna. Ne escono menomati il rapporto biologico/naturale tra le due metà del mondo, e l’equilibrio fondamentale tra il maschile e il femminile presenti in ognuno di noi. Il maschile viene descritto come un soggetto poco evoluto, in balia di istinti ingovernabili e pronto in qualsiasi momento ad agire violenza; la donna, a sua volta, viene considerata inferiore, in quanto vittima indifesa e sempre inerme dinanzi al volere dell’uomo.
La mia esperienza lavorativa mi ha dimostrato che la violenza, fisica e psicologica, viene subita sia dagli uomini che dalle donne, seppure con delle differenze legate alle nostre diversità biologiche e culturali: i dati relativi alla violenza subita dagli uomini sono ancora più sconosciuti di quella subita dalle donne sia per una loro maggiore resistenza a denunciare sia perché gli enti preposti, come i centri antiviolenza, spesso accolgono solo le richieste di aiuto che arrivano dalle donne.
Dovremmo uscire dalla logica di genere e dalla guerra psicologica tra le due parti, per entrare in una dimensione più costruttiva e edificante dove il nemico non è un’intera categoria di persone, ma sono le azioni violente, chiunque le compia. Io credo che un cambio di linguaggio potrebbe essere di aiuto per le persone che hanno subìto violenza, perché loro più che mai hanno bisogno di respirare parole nuove e di credere che esiste qualcosa di diverso.
In merito alla tua ultima domanda credo che il fenomeno della colpevolizzazione della vittima sia dovuto a una scarsa conoscenza dell’animo umano e, come sempre capita, questo eccesso sposa bene con il suo opposto: non è possibile parlare della vittima in termini critici, provando ad esempio a capire cosa non abbia funzionato in lei, senza essere accusati di volerla colpevolizzare per la violenza subita. Io credo che invece porre l’accento su sé stessi sia quanto mai importante per diventare protagonisti del proprio cammino e non mere comparse nel copione di altri soggetti.
Qualcosa di simile capita con l’allarmismo mediatico e politico a cui fai cenno: i dati sulla violenza, in tutte le sue forme, nella nostra società sono preoccupanti, tuttavia credo che l’accento posto sul numero dei cosiddetti femminicidi sia forzato (si riconduce a questa categoria qualsiasi morte violenta di persone di genere femminile) e i dati siano forniti alla popolazione senza alcuna forma di analisi: sappiamo bene come qualsiasi evento, per quanto drammatico, necessiti di una elaborazione in termini relativi per essere ricondotto a fenomeno sociale, diversamente resta un fenomeno degno di attenzione, anche professionale, ma non assurge a fenomeno sociale.
Il modo enfatico e allarmistico con cui si parla di questi temi sottende una condizione di pericolo per ciascuna donna, come se qualsiasi uomo incontrato nel proprio cammino fosse un potenziale assassino, cosa che è molto distante dalla nostra realtà e che rischia di provocare reazioni di paura irrazionali ed eccessive. Questo dovrebbe interrogarci sulla responsabilità dei nostri organi di stampa e sull’attendibilità del nostro sistema informativo. Le reazioni “di pancia”, tra l’altro, non favoriscono la creazione delle condizioni giuste per gestire il fenomeno. Dovremmo riguadagnare la possibilità di riflettere insieme in modo articolato e complesso su temi di massima importanza come questi.
«Vorrei cederti quest’assenza di vita che mi regali, guardami! Sei tu che dovresti morire giorno dopo giorno, e non una vittima della tua violenza. Invece, uccidi la mia anima e salvi la tua…»
Lo specchio degli occhi tuoi, cap. XIV, “Fine dei giochi”
Per leggere l’intervista completa: https://www.orticaweb.it/intervista-a-rosanna-pierleoni-autrice-de-lo-specchio-degli-occhi-tuoi/
![Intervista di A. Macciò – Violenza sulle donne [OrticaWEB]](https://www.touchcommunication.it/wp-content/uploads/2025/01/462598914_10229688795678305_3215489955744125164_n-1-1024x486.jpg)
