Continuiamo a fare chiarezza sulle sottrazioni istituzionalizzate di minori in continua crescita.
Nel 2014 un neonato iniziò a stare male. I genitori cercarono aiuto dal pediatra di riferimento, che però si dimostrò incapace di gestire la situazione e di indirizzarli verso cure adeguate. Nel tentativo di cambiarlo, scoprirono che nell’intero territorio non c’erano posti disponibili presso altri pediatri. Furono così costretti a sostenere numerose visite private, costose e poco utili, durante le quali la madre venne spesso colpevolizzata e spinta a tentare diete estreme. Trovarono un pediatra in un’altra città, ma questi rifiutò inizialmente il bambino per timore che la famiglia, vivendo a 15 km e avendo un “bambino delicato”, potesse poi cambiare di nuovo medico lasciandolo – magari dopo un solo anno – scoperto. Intanto al Pronto Soccorso furono rimproverati per non avere un pediatra di riferimento e, dopo una visita giudicante e superficiale, fu loro proposto un controllo “eccezionale”, poi tramutato in un appuntamento privato da 100€.
Alla ASL ricevettero ulteriori risposte minimizzanti: il bambino veniva definito “pigro”, la madre considerata ansiosa e inadeguata. Mentre il piccolo perdeva peso, si indeboliva e diventava catatonico, alla madre – con 40 di febbre e con una mastite grave – venivano dati solo rimedi naturali e al bambino venivano date “schicchere” sotto i piedi e sotto il mento. Solo in un Pronto Soccorso di un’altra città, finalmente, furono presi in carico: al bambino furono diagnosticate due patologie e la madre fu curata per la mastite avanzata. Il suo desiderio di allattare si infranse nel reparto di terapia intensiva, dove il bambino non sarebbe mai dovuto arrivare se la situazione fosse stata gestita tempestivamente.
Dimesso il piccolo, i genitori trovarono un nuovo pediatra, un semplice passacarte che non si interessò minimamente alle condizioni del bambino, costringendoli di nuovo a rivolgersi a visite private molto costose. Nonostante tutto, non lasciarono mai il pediatra per il terrore di trovarsi gli assistenti sociali alle calcagna. Immaginate il grado di pervasività del ricatto statale se una famiglia deve giungere, di fatto, a fingere di avere un pediatra perché ha la certezza di essere considerata colpevole di qualcosa anziché vittima, come invece è? Poco dopo ricevettero da lui una comunicazione di interruzione del rapporto per “rottura del patto di fiducia”. A quel punto i genitori presentarono un esposto alla Asl in cui illustravano il comportamento del pediatra, motivati dalla voglia di migliorare la situazione anche per le altre famiglie. Denunciarono anche la grave carenza quantitativa e qualitativa dei pediatri nella zona, ma non ottennero mai alcuna risposta né conseguenza.
In uno scenario catastrofico di questo tipo, che non rappresenta certo l’eccezione, ma è piuttosto la norma per chiunque abbia figli e non voglia avere i prosciutti sugli occhi, vi chiedo come sia possibile tutto questo. Noi, di fatto, consideriamo normale l’aver perso il DIRITTO al pediatra statale e invece riteniamo grave il fatto che un genitore si trovi senza, magari perché costretto a curare diversamente suo figlio. Oltre ai tagli al comparto medico, in favore degli investimenti sulla guerra, non esiste nemmeno tra quei pochi un ventaglio eterogeneo e qualificato di medici tra cui poter trovare quello più in linea con le proprie visioni o semplicemente sopra la soglia della decenza.
Ma allora di cosa parliamo? Come siamo passati dal diritto a ricevere le cure all’obbligo ad avere un abbonamento al pediatra di Stato?
Devo dirlo, perché lo scollamento con alcuni meandri pratici della nostra quotidianità crea inevitabili falle nel ragionamento: molte famiglie provvedono autonomamente alla gestione della salute dei figli (ricorrendo a medici di fiducia privati) perchè, tranne rarissime eccezioni, c’è ormai una omologazione assoluta tra i nostri medici che si limitano ad eseguire acriticamente le indicazioni dell’Ordine come potrebbe fare qualsiasi avatar. Ma anche questa è una cosa che non sta bene dire, tranne nelle mura di casa; vi è poi un’alternativa – scarsa e perseguitata – che si sviluppa necessariamente fuori il sistema perché quest’ultimo non è in grado di sostenere e mantenere un dialogo civile con le istanze minoritarie della dottrina medica, ma che sono comunque meritevoli di ascolto, come prassi realmente scientifica richiederebbe. Resta una minoranza di medici equilibrati e ragionevoli che però sono costretti a lavorare in condizioni disumane e che vengono spostati spesso, non potendo così garantire la continuativitá assistenziale che è parte pregnante della possibilità di fare una corretta diagnosi e cura.
Purtroppo, oggi come oggi, il pediatra inadeguato o che si limita a somministrare cortisonici e antibiotici ogni due settimane e a dare letteralmente i numeri sul peso preciso che un neonato deve raggiungere ogni settimana, per considerare madre e bambino normali, non è più una rarità ma è la norma. Si impone, di fatto, di andare in studio anche solo per pesare il bambino o per sapere cosa debba mangiare, faccende di facile appannaggio di un genitore normodotato, e se questo non accade suonano i campanelli di allarme. Dinanzi invece a situazioni davvero gravi, si rimane di fatto soli.
Vogliamo affrontare questo disastro o vogliamo continuare a scovare casa per casa tutte le famiglie che, nel pieno rispetto del proprio obbligo alla cura dei figli, si fanno in quattro per leggere, studiare, andare oltre, ma magari si rifiutano di fingere di avere il pediatra e di sottostare a questo vile ricatto di Stato per il timore di ritorsioni? Il più delle volte sono persone coraggiose e piene di rispetto per la vita, che si rifiutano di trattare i figli in modo meno decoroso di come vengono trattate le bestie al circo. Ma indagare caso per caso, esaminare le situazioni in profondità è vietato. L’unica cosa da chiedere e chiedersi è: “e il pediatra della mutua lo avete sentito?”.
Ma dove origina questo senso di colpa? Nel 1978 l’Italia istituì il Servizio Sanitario Nazionale (Legge 833), abolendo il sistema mutualistico che aveva generato disuguaglianze e debiti. Il nuovo SSN nasceva con principi di universalità, uguaglianza e prevenzione, ma nella pratica sono emerse subito delle criticità legate alla forte ingerenza politica, ai conflitti Stato-Regioni, alla scarsa competenza gestionale, alla mancanza di programmazione e alla proliferazione di strutture inefficienti. Tra il 1992 e il 1993 una seconda riforma ha trasformato le USL in aziende autonome, introdotto il finanziamento basato sulle prestazioni, ampliato i poteri regionali e aperto la strada al settore privato tramite l’accreditamento.
Che io sappia oggi ogni cittadino residente in Italia entra automaticamente nel SSN e ha il diritto – non l’obbligo – di scegliere un medico o un pediatra di fiducia tra quelli disponibili, salvo diverse interpretazioni o approfondimenti su cui vi chiedo confronto.
Sicuramente avere un medico o un pediatra di riferimento è indispensabile per accedere con continuità a visite, controlli e prescrizioni. Con il tempo, però, abbiamo assistito a una preoccupante inversione di significato: il diritto alla cura è stato progressivamente tradito – e credo che nessun italiano abbia bisogno di ulteriori spiegazioni – mentre l’aspetto di obbligatorietà è diventato sempre più ingombrante. Oggi avere il pediatra di Stato è come un green-pass: attesta chi sia meritevole chi no. Poco importa cosa poi realmente capiti a quel bambino, se sia in salute o meno, come la sua salute venga gestita sia nella quotidianità sia nel momento della manifestazione patologica.
La sostanza passa completamente in secondo piano rispetto a questo cavillo formale.
Perché questo discorso? Stiamo assistendo ad un’impennata inquietante di casi di sottrazione di minori; tra le motivazioni trionfa questa: “non avevano il pediatra”. Non si dice che i bambini fossero trascurati, malati, deperiti, no: è sufficiente non avere il pediatra di Stato per far scattare la macchina perversa e per far sollevare lo sdegno popolare. Ma io credo che i tribunali possano, al più, considerare l’assenza di un pediatra come un indice di trascuratezza sanitaria, esclusivamente se quella trascuratezza c’è: non si può partire dalla fine ma occorre partire sempre dalla manifestazione di un problema!
Ditemi la vostra per favore, torniamo a ragionare insieme e superiamo insieme questo inquietante clima di caccia alle streghe.

