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Quel padre padrone che poi è lo Stato e i suoi indisciplinati anticorpi

Quel padre padrone che poi è lo Stato e i suoi indisciplinati anticorpi

Premessa: stanno rapendo altri bambini che frequentano scuole parentali immerse nel verde. Frattanto molte scuole parentali sono costrette a chiudere per controlli vari. Premetto anche che l’istruzione parentale è prevista dalla legge e che le mie figlie vanno a scuola, quindi questa non è una presa di posizione ombelicale.

C’era una volta un padre che aveva due figli. Disse loro: «siete liberi di fare o non fare questa attività, vi riconosco la facoltà di deciderlo in autonomia». Uno dei fratelli la fece, l’altro no. Il mattino seguente disse a quello che non aveva svolto l’attività: «oggi non mangerai, non avrai la paghetta settimanale, non userei la macchina, non avrai i vestiti né verrai curato». Poi il padre uscì e mise suo figlio in ridicolo diffondendo voci non vere sul suo conto.

Il figlio, sconvolto, trascorse mesi di immani sofferenze. Pian piano cominciò ad ideare un’alternativa e organizzò una propria vita lontano da casa. Tra mille difficoltà ritrovò un po’ di serenità. Incontró una donna e mise su una propria famiglia, nonostante lo strappo che sempre sentiva dentro. Dal padre non arrivò mai una scusa, mai un ravvedimento.

Un bel giorno il padre arrivò nella sua nuova casa e sradicò tutti i suoi alberi, sequestrò i suoi due figli, continuò a diffondere voci false sul suo conto. Diceva a tutti di amare molto suo figlio e i suoi nipoti e di fare tutto questo per proteggerlo dai suoi sbagli e ricondurlo alla giusta via. La famiglia doveva restare unita, soprattutto in vista dell’arrivo del Natale. Il figlio andò dal padre per riavere indietro i suoi figli e gli disse: «non metto in dubbio che la famiglia sia importante, ma i metodi usati per ottenere la ricomposizione familiare nel giorno di Natale mi trovo alquanto sospetti. Dimmi dove sono i miei figli». Il padre non volle dire neppure dove li aveva condotti. Il figlio si arrabbiò e il padre lo fece portare fuori casa con la forza da due amici: «quando vorrai parlare con me dovrai essere in grado di farlo con calma».

Fuori, il figlio ribelle incontrò un vicino di casa e alcuni parenti. Raccontò a tutti loro l’accaduto, ma loro abbassarono lo sguardo e dissero «tuo padre è stato costretto ad agire così, devi capirlo, la famiglia è importante!». Il figlio ribelle non era un figlio ribelle, forse un figlio tradito: non avrebbe avuto bisogno di andare via se suo padre nella famiglia avesse creduto davvero.

Questo è più o meno ciò che accade da diversi anni tra lo Stato e alcuni dei suoi cittadini, dopo che il patto di fiducia che anima questo rapporto è stato completamente distrutto e immolato all’altare del “bene supremo”, concetto estensibile che abbraccia una vaga idea di comunità, sanità, giustezza e appropriatezza, intesi però in modo superficiale, astratto, ottuso e poco ragionato. Chiudendo con metodi mafiosi tutte le scuole parentali del Paese non si otterrà una frequenza scolastica partecipata ma solo ulteriori malcontento e spaccature. Rapendo immotivatamente bambini dal loro nido non si avrà un ritorno dei cittadini all’ovile ma un ulteriore allontanamento. Saranno sempre di più le persone costrette a farsi qualche domanda.

Piuttosto, un padre degno di questo nome dovrebbe chiedersi: ma dove ho sbagliato? Perché quel mio figlio sta meglio lontano che vicino a me? Perché nonostante soffra come un dannato, ora mi allontana? Perché insomma, diciamocelo, ormai non regge più la favoletta che le scuole parentali nascano solo per impulso di quattro famiglie in croce col disturbo antisociale non diagnosticato. Persone così antisociali da scappare anche quando incrociano una locandina con l’immagine di Freud per strada. Oggi questa scelta sono state costrette a farla anche persone cresciute giocando a bicchierino in strada, gente che ha passato l’adolescenza a pomiciare sui muretti, a organizzare feste con le teppe, a frequentare umanità variabile durante la giovinezza, a fare ritrovi con gli scout, e a fare i rappresentanti di classe a scuola dei figli. Magari erano già elementi un po’ indigesti, sempre un po’ di traverso, mai in linea con le battaglie giuste, sempre al primo banco per quelle sbagliate, ma non sono dei disadattati, cavolo, e un vero padre ha il dovere accettarlo.

E invece no, partono sempre i soliti discorsi monchi di una società che ha perso completamente il contatto con la realtà e di un mondo culturale troppo preso a deridere, dare verdetti, rieducare il prossimo e poco abituato a guardarsi dentro, ad amare l’altro, a rispettare – in concreto e non a parole – la diversità. A chiedere scusa quando ha sbagliato, perché forse ha davvero sbagliato qualcosa.

Però questo padre è ben collaudato, ben inserito nel suo ambiente e a far passare il figlioletto ribelle per un pazzo ignorante, tutto sommato, ha gioco facile. Tra una paternale e un cazzotto amorevole fa i suoi slalom salvavita riparandosi tra una relazione tecnica, uno speciale del tg e una disquisizione simil culturale, e quando poi i suoi amici in cattedra arrivano a sciogliere le forze dell’ordine sulle loro proprietà private, commettendo un CRIMINE, dagli effetti del crimine e dal giudizio degli altri, sono tutti al riparo, perché lo fa pur sempre a fin di bene!

Come diamine facciamo a chiamarla ancora democrazia, a credere alla messa in scena del voto, a sostenere ancora rituali e pubblicazioni, me lo dovete proprio spiegare. Lo dice una che non si è emancipata dal sistema: le mie figlie vanno a scuola, uso i termosifoni e ho l’acqua corrente in casa; ma dobbiamo stare attenti a parlare di adattamento e disadattamento, quando il sistema è degradato, violento e marcio fino a questo punto. La teoria è un conto, la realtà un’altra. Ricordiamoci che un sistema violento e ottuso produrrà sempre un grumo di cellule resistenti e contrarie, così come la mafia in mezzo a una massa di passacarte traditori produce un grumo di martiri e così come un padre violento in mezzo a tanti figli mostri ne genera uno idealista.

Ma questo grumo di cellule sparse ha l’ingrato compito di purificare l’intero organismo: sono cellule buone, sofferenti e gioiose, sono i nostri anticorpi. Quando l’infezione scende, anche loro hanno meno da combattere… E magari un po’ di quella sanità e libertà che cercano la troveranno anche senza bisogno di allontanarsi tanto. E allora, vi chiedo, cos’è l’adattamento? Fino a che punto è segno di sanità? Chi sono i disadattati veri e chi i sani? A questa domanda dovremmo rispondere tutti, figlioli capricciosi e fratellini ragionevoli dai piedi agili a muovere sempre i passetti giusti.

Che poi a questi fratelli sempre al passo, perché – diamine – siamo davvero fratelli! Vorrei dire «mi dispiace, lo so che soffri anche tu, che cazzo di fatica deve essere schivare tutte le buche, fare le pernacchie a tutti i burroni, sorridere al cenone di Natale con il veleno per topi nascosto nel panettone e cancellare con l’IA quel coltello rimasto impigliato tra i denti prima di pubblicare la foto di famiglia! Ma non sai cosa ti perdi ad uscire dai bordi, a sbagliare tutte le strade, eppure indovinarle tutte, perché sono le tue… a rovesciare i coperchi, a piangere, ad abbandonare tutto, a perdere tutto ciò che non va, per ritrovare e seminare lentamente la speranza».

È urgente abbandonare le nostre astratte idee di mondo e le nostre visioni di genitorialità perfetta e unirci subito e in modo inequivocabile contro questa vigliacca oscena inaudita violenza di Stato ai danni dei bambini. E lasciamo in pace queste famiglie, che nessuna delle nostre è migliore.

«Non sapendo quel era l’accusa e ancora meno quali sarebbero state le sue possibili estensioni, non restava che riportare alla memoria l’intera vita nei minimi atti ed eventi, rappresentarla ed esaminarla da tutti i lati». Franz Kafka, Il processo

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