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Rubare l’infanzia

Rubare l’infanzia

E penso ancora a voi. Non sapevo nulla di voi quando, qualche mese fa, scrivevo di Unicchetta, una bambina diversa dagli altri, che abita in un bosco, che mangia una grande carota al posto delle caramelle, che ha vestiti colorati, uno zaino particolare e magico, un modo diverso di apprendere e di relazionarsi agli altri.
Unicchetta, cacciata da scuola per ragioni incomprensibili, perseguitata da paroloni troppo complicati, da logiche incomprensibili, non si lascia scomporre dalle angherie di grandi e piccini… porta la sua nuova amichetta Gaia a casa sua, sotto un fungo, e le mostra una cosa magica, l’unica in grado di far star bene tutti noi.


Questi bambini sono di una purezza e bellezza disarmante, hanno la pelle, i sorrisi, gli sguardi, che i nostri bambini non hanno più. Hanno una famiglia unita, cosa molto rara, sono in tre, raro anche questo. Hanno il contatto quotidiano con la natura e gli animali, come sui libri dei potenti è scritto che si dovrebbe vivere, quei potenti che tagliano tutti i nostri alberi, ammassano i nostri animali in condizioni disumane, ci chiudono in case sempre più asettiche.
Tre meraviglie, nutrite e seguite con amore, cura e attenzione. Un’educazione fatta di scelte minime, coerenti, piene di fatica, ridotti ad essere come tutti gli altri, ad ogni costo, anche al costo della violenza più brutale.

Distruggerli per il gusto di farlo, rubare loro l’infanzia, portarli a vivere in asettiche realtà dove gli operatori hanno i loro turni, ma tu non appartieni a nessuno, eliminare la cosa più preziosa che hanno: l’amore di mamma e papà, quell’amore che tanti loro compagni purtroppo, per un destino crudele o per l’incapacità umana, non hanno. E la libertà, sempre più un fasullo ammasso di lettere da organizzare insieme, parola che sicuramente sarà usata anche stasera nel discorso di fine anno del presidente, ma che non sospettiamo nemmeno possa prevedere una precisa e quotidiana manifestazione del nostro essere nella realtà.
Perché tutto questo dolore? Perché? Non trovo una risposta all’altezza. Ringrazio questa famiglia perché porta addosso con tenacia il peso della diversità e prometto di fare tutto quanto è in mio possesso affinché possano tornare ad amarsi e a vivere in libertà, senza dover chiedere il permesso a nessuno, meno che mai a qualcuno che si è autoattribuito questa facoltà, giacché non mi risulta che nessuna legittimazione popolare ci sia mai stata per spodestare i genitori dal loro ruolo naturale, in favore di qualsivoglia istituzione, centro di potere, professionista, aula di tribunale.

E allora, farò ciò che posso, affinché questa storia, nata in tragedia nel 2025, ci conduca ad un 2026 pieno di fiori e di frutti, anche per tutte la altre migliaia di famiglie cadute da anni in questo girone infernale.

Mi ha colpito molto una frase della mamma: «Noi non siamo perfetti, noi impariamo sempre, proviamo sempre. Questa cosa non va bene? Non vuol dire che non vada bene per un altro, non va bene per me, e allora cambio, provo ancora, provo ancora».
Ecco, dobbiamo fare di tutto, con il lavoro professionale, artistico e culturale, affinché tutti gli operatori coinvolti comprendano che senza ascolto, senza umiltà, senza compassione, senza accogliere e accettare la diversità come espressione naturale e paritaria e non come qualcosa di inferiore o sbagliato da correggere, senza accantonare la voglia di insegnare in favore di quella di APPRENDERE, è molto difficile fare questo mestiere, in generale è molto difficile avere a che fare con i bambini.

Unicchetta e il gruppo dei Ricalchini è la mia fiaba, inserita nel libro Sfavoleggiando (Il Cielo Capovolto), a cui hanno partecipato molti autori e illustratori. Illustrazioni della mia fiaba a cura di Stefano Lombardi.

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