Le fondamenta della psiche sono poetiche, mitiche e tale dovrebbe restare la nostra visione del mondo e delle “cose”. Immersi in una foresta di simboli di straordinaria Bellezza camminiamo nell’inconsapevolezza, accecati da rumori volgari e dal fetore di colori sbiaditi
Questo non è un testo che si possa recensire nei modi consueti, io perlomeno non ci riesco. Lo farò provando a restituirvi qualche emozione, qualche immagine, qualche simbolo, raccontandovi un po’ di ciò che ha rappresentato per me.
L’ho letto una sera, perché questo è un libro che deve parlarci nel momento più intimo, quando tutte le difese sono calate. Immersa nella lettura di queste pagine dense, magnetiche e a tratti disturbanti, è calata l’ultima scintilla del giorno, poi la notte è arrivata, ed ho voltato l’ultima pagina. I giorni seguenti l’ho visto in un angolo e l’ho strappato via dall’oblio del trantran e della quotidianità. L’ho portato in giro, in fila, in strada; singoli stralci, immagini, pensieri e simboli sono tornati di nuovo a me; li ho assaggiati ad uno ad uno. Con alcuni sono stata in una risonanza assoluta immediata, altri non li ho condivisi del tutto e avrei voluto un confronto, altri ancora non li ho compresi, ma ho avvertito nitidamente che il mio sviluppo personale su quel singolo aspetto non lo consente: allora li ho messi da parte, li porterò con me sempre e lascerò che io li comprenda, o meglio, che loro comprendano me.
Impossibile ricondurre questo testo ad una categoria precisa, è una meteora, un’ascia, una promessa, un diario, un’invettiva, una scelta intima, un pensare a voce alta, un consesso, uno squarcio e una ricucitura, un’attesa e un ritorno. È scomodo e necessario, è fastidioso e curativo, è fonte di vita e precursore di morte, fascio di luce costante nell’accadere simultaneo dell’abisso, nell’ombra. Riconoscere che Lucifero abita nella nostra luce, e non nell’oscurità come amiamo credere.
Nutro una profondissima stima per Alessandro Bellotta, da lunghissimo tempo. Lo stimo come grande conoscitore del profondo, come esperto della psiche, come studioso del pensiero di Jung, come persona. Recandomi alla recente presentazione di questo volume ad Avezzano ero certa di andare incontro a qualcosa di significativo, qualcosa di completamente diverso dalla solita presentazione di un libro, e così è stato.
L’incontro ha evocato la stessa atmosfera dei viaggi interiori, dell’ispirazione artistica ardente e radicale, della riflessione profonda e della rivoluzione intima, della musica, tutte dimensioni dell’esistenza con cui l’autore, con le sue magnetiche – quasi ipnotiche – capacità di espressione, si misura e avventura da anni. Qualcosa di insolito, atipico, quasi perturbante nel tempo delle notifiche compulsive e della rimozione del senso, della rappresentazione perenne e dell’incapacità dell’attesa.
Mentre ero lì ad ascoltare le parole dell’autore, e l’interpretazione penetrante di alcuni stralci del suo testo che ne è stata fatta, mi sono ritrovata a pensare: “Diamine! quanto abbiamo bisogno di tornare a parlarci!”. Le stesse cose che diremmo in un post, dal vivo vengono assorbite da chi ascolta in modo completamente diverso. Impossibile, osceno, pericoloso immaginare di eliminare del tutto la componente reale, corporea, uditiva e visiva dai nostri incontri. L’algoritmo assorbe i nostri impulsi più puri e li profana, ruba le nostre migliori invettive e le trasforma in sterili polemiche, e così fa con tutto. È l’esatto opposto dell’arte, processo curativo e creativo che unisce fili, ricuce strappi, dona a senso anche a ciò che non ne ha.
L’autore attraversa molti temi: le divisioni che ci lacerano, la ricerca ossessiva di un nemico — Io sono il nemico. Il volto riflesso nello specchio incrinato della coscienza, il rimosso che ritorna con il suo carico di terrore e fascinazione —, la politica dell’odio, la profanazione della parola. Ma i più perturbanti ed inconsueti, e perciò più vivi, sono altri: il bisogno di ritrovare la vergogna come misura dell’umano e l’arte come rivelazione, squarcio, necessità e manifestazione dell’essere. Insomma, non semplice ornamento, ma cura di quel giardino interiore che – lui solo – può salvarci: non l’arte in sé, ma il suo farsi viatico di un viaggio pieno di fascino, spaventoso e luminoso ad un tempo.
Voglio l’arte come esplorazione, come febbre, come sfida all’abisso. Voglio parole che incendino, immagini che squarcino, suoni che si radichino nell’invisibile. Voglio perdermi. E trovare, nell’ombra, ciò che ancora non so di me, del mondo, del sogno. Parole sparite dal nostro vocabolario di cui abbiamo sete e fame. La febbre dell’ispirazione, la febbre del sogno, la sete che abbiamo della vita e dell’altro. So e urlo da tempo che sotto strati e strati di rabbia e annichilimento abbiamo ancora un fottuto bisogno di tornare a guardarci negli occhi, di scoprire cosa c’è oltre la maschera, di toccarci ancora o per la prima volta.
La frase che più mi scuote e risuona in me: La realtà è un enigma che va indagato con uno sguardo erotico, eretico, curioso ed appassionato. Quanto è vero! Abbiamo bisogno di eros, curiosità, passione ed eresia (dal greco “scegliere”). Abbiamo bisogno di stare in equilibrio sull’orlo, guardare il precipizio, svegliarci bruscamente da questo vivere intorpidito, da questo funerale senza possibilità di morte, da questo sonno senza veglia.
E allora ben venga una scossa forte, una voce torva che ci vuole bene, che ci sussurra forte il nostro nome. Ancora, e ancora, e finalmente ci sveglia.
Alla fine, a corredo di un viaggio affascinante, l’intensa postfazione di Aldo Chimenti.
Che dire? Un libro che si legge in poche ore ma si gusta e assorbe lentamente, come un vino buono. Con queste pagine ho fatto un passo decisivo oltre il confine. Non voglio più tornare indietro. Solo scoprire altre cose di me… attraverso, Oltre.
Fatelo anche voi… Leggetelo!!

