Quello che ho letto e ascoltato in questi giorni sulla famiglia che vive nella natura, soprattutto da parte degli ambienti colti, mi ha turbato molto, lo ammetto. Non riesco a capacitarmi di come si possa tornare con questa facilità a sfornare teorie di giustezza intrise di moralismi e giudizi facili, vestendole con parole alate, dando loro una patina di cultura. Mi spiego meglio: per me si può parlare di tutto, ci si può anche sentire diversi e superiori a volte, lo facciamo tutti, purché non si giunga a teorizzare che in ragione di questa superiorità sia giusto perseguitare gli altri, allora non ci sto, allora ho la prova che la cultura può anche non servire a nulla, ma diventare addirittura un ostacolo alla nostra convivenza civile, alla fratellanza vera, all’umanità.
Credo che più di qualcosa ci sfugga ora, così come sfuggiva qualche anno fa con le diatribe contro i non conformi alla cosiddetta “nuova normalità”.
Non si tratta di entrare ogni volta nel merito, mettendo la lente di ingrandimento sull’animaletto di turno da analizzare dalla nostra teca opaca; tra il mito e la denigrazione esiste una terra di mezzo che si chiama rispetto.
Non importa se noi siamo migliori, se noi avremmo fatto tutto in modo diverso, se a noi loro fanno ribrezzo o viceversa ci sono da stimolo. Da adulti si impara a governare i propri impulsi, a tenere a bada le proprie emozioni, anche quelle di rigetto.
Ciascuno di noi dentro casa propria fa come ritiene: nessuno ci sta imponendo di vivere come loro, ma a fronte di una stessa libertà di espressione soltanto a loro si sta facendo violenza mediatica e si sta minacciando di sottrarre i figli.
Noi rimproveriamo a questa famiglia di imporre qualcosa ai figli, ma qualsiasi assetto e sistema educativo viene di fatto imposto ai figli, anche il nostro. È normale che i genitori insegnino loro ciò in cui credono, che trasmettano i propri valori, le proprie visioni del mondo, le proprie scelte. I figli alle volte si troveranno in linea, altre volte no e crescendo troveranno una propria dimensione. È curioso che però le stesse persone che dicono questo, dei perfetti estranei, vogliano imporre loro il proprio modello!
Se non usciremo da quasi schemi sarà solo questione di tempo: prima o poi nella parte sbagliata ci saremo noi.
Ed è per questa posizione egoica che non siamo e non saremo mai una comunità, perché gli altri anziché trasformarsi finalmente in persone restano per sempre nostre proiezioni, nostri desiderata, nostri incubi incarnati.
E no, la comunità sana non è data da quanti rituali esteriori facciamo all’unisono e allo stesso modo, ma da quanto spazio psichico c’è per la manifestazione delle singole individualità.
Diceva qualcuno, benedetto quel posto dove tante persone insieme non fanno massa.
Se essere migliore significa abbracciare questo ottuso e volgare oscurantismo, lasciatemi essere ancora una volta peggiore.
Ringrazio tutte le persone che mi hanno scritto per darmi informazioni che hanno per aver seguito da vicino la coppia nella loro veste lavorativa e quelle che hanno cercato e offerto vicinanza per cercare insieme un senso a ciò che senso non ha. Esiste ancora un anelito di buono in noi. Ogni cammino è una nuova occasione per incontrarci.

