Un libro breve, che si legge tutto d’un fiato. Ho deciso di leggerlo dopo aver rivisto, recentemente, il film ad esso ispirato.
Ho trovato geniale il modo in cui, con pochi dettagli e pochissimi episodi, smaltiti in un arco temporale molto molto breve, si delinea la crisi profonda di una solida e duratura coppia della Vienna degli anni ’20, e prima ancora di questo la crisi personale, esistenziale, dei due coniugi.
La storia si muove su un doppio asse: tutto è vero e tutto è un sogno. I due coniugi si tradiscono vicendevolmente e gli effetti di queste loro azioni sono di egual portata, sia che sia tutto un sogno sia che sia tutto reale. Il tradimento non è un tradimento della carne, ma un tradimento della comunicazione, che poi è forse l’unico che esiste.
Per questo doppio binario si tratta di uno dei migliori testi che siano mai stati scritti sulla psicoanalisi, e in generale sull’animo umano.
La scrittura è semplice, la trama piuttosto scarna, tranne un paio di episodi più “forti”. Ma tutto accade dentro. Proprio come succede ad ognuno di noi.
Interessante anche la nota finale di Giuseppe Farese che mette in luce il rapporto tra l’autore, Arthur Schnitzler e Sigmund Freud, di cui lo scrittore era un grande studioso e allo stesso tempo un grande critico. Il rapporto particolare fra i due si può sintetizzare con la confessione di Freud di non averlo voluto incontrare sino ad allora per una sorta di “timore del sosia”* e con le riflessioni riportate nelle sue lettere dove lo definisce “un ricercatore della psicologia del profondo, così onestamente imparziale e impavido come non ve ne sono stati mai”*. Io credo che tutti i più grandi scrittori lo siano. E credo che sia stato tale anche Stanley Kubrick che ha portato sugli schermi questa storia, assorbendone il gusto profondo, seppure donandogli un’angolazione diversa. La vita è sempre quella di una coppia facoltosa ma è ambientato in un’epoca diversa. Niente carrozze, ma limousine. Eppure il senso del confine tra realtà e sogno, tra desiderato e accaduto, tra perdita e desiderio, tra se stessi e il proprio sé sperimentato con l’altro, sono resi magistralmente. “Doppio sogno” diventa per Kubrick “Occhi spalancatamente chiusi”, ad indicare il confine sensibile tra l’atto del vedere e il tempo dell’inganno. Fra i due non tanto il sogno, ma l’illusione del sogno.
- Sigmund Freud, Briefe 1873-1939, Frankfurt am Main, 1960

