Di Enrico Macioci avevo già letto “Sgarbi e funghetti” dentro l’antologia “Noi siamo l’opposizione che non si sente. Scrittori, poeti, artisti, che si oppongono al disegno politico innestato sull’emergenza” e “Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia”, il suo ultimo romanzo.
Indecisa su quale scritto leggere per proseguire il mio cammino di conoscenza di questo autore importante del nostro tempo, mi sono avventurata tra le pagine di “Lettera d’amore allo Yeti”. Non so perché, istintivamente era quello che mi attraeva maggiormente.
Ho fatto un viaggio bellissimo.
Dentro c’è qualcosa di diverso e di simile rispetto alle altre cose che ho letto. Di diverso c’è una maggiore sensazione di ricerca, che però lascia anche più spazio all’immaginazione. Di simile c’è l’ostinata capacità di guardare dentro i nostri burroni, e un certo modo di denunciare l’ottusità del nostro addomesticamento quotidiano e la nostra rinuncia borghese a una qualsiasi forma di autenticità (Strizzò gli occhi in una parodia del cordoglio, si portò le braccia al petto e guaì: «Oh, mi dispiace tanto».)
Il romanzo inizia in modo statico, quasi annoiato. A fronte di una tragedia immane – la moglie del protagonista e madre di suo figlio muore all’improvviso nel sonno – un papà e il suo bambino trascorrono il tempo in una località di mare, dove in apparenza sembra non succedere niente. I due sono immersi in una quiete che sconcerta, ma – un po’ come in “Caos calmo” il protagonista se ne sta fermo in una panchina e quando gli viene chiesto cosa faccia fermo lì lui risponde “io non sto fermo, mi muovo” – allo stesso modo viene da chiedersi: quella del protagonista e del suo bambino è vera quiete?
Il protagonista si ripara nelle sue ossessioni, ci sono, ci sono sempre, ma qual è il loro vero scopo? Da cosa ci proteggono?
Pian piano arriva un vento leggero a smuovere le carte e le giornate, si crea un movimento circolare e statico – spiaggia/casa – casa/spiaggia. Ma non è ancora sufficiente a far crollare tutto.
A un passo dalla morte, non quella di chi è andato, la nostra, arriva l’eros, quell’energia vitale che siamo chiamati a sperimentare per superare la morte – come dimenticare il significato della parola amore (a-mors) “senza morte”? Ecco il risveglio del corpo, ecco l’amicizia, ecco l’intesa padre figlio, ecco qualcosa che finalmente fila per il verso giusto, ecco l’amore, sempre assoluto, sempre uguale per tutti noi anche se tutti noi nel viverlo ci sentiamo diversi: “Così, felici e disperati per la nostra felicità, fummo l’uno per l’altra ciò che già eravamo. Così ci amammo”.
Il movimento diventa via via più intenso e tende verso l’alto, come un vortice, che travolge i protagonisti e il lettore. Arrivano lo sgomento, la paura, la disillusione, il terrore, la solitudine – «Capisco.» Ma non capiva affatto. Nessuno capisce mai”. In questo rapimento, quando la vita si fa caos per poter ricreare se stessa, ecco che anche il lettore viene rapito da una pagina di grande intensità poetica.
Lo stile è interessante. Le metafore ci trascinano in un mondo tragico e delicato. Tanto più ci ostiniamo a ripararci nelle nostre illusioni tanto più l’universo si ribella e i mostri diventano feroci. Parimenti le persone che più ci spaventano e da cui ci allontaniamo sospettosi, hanno sempre qualcosa da nascondere? Sono sempre realmente pericolose? Qual è il confine tra il nostro istinto mutilato e la fiducia che riponiamo o ritiriamo dagli altri (dalla vita)?
Le descrizioni del cielo, che inizialmente appaiono casuali e decorative, via via assumono un ruolo nella narrazione perché anticipano o seguono gli stati d’animo mutanti del protagonista. Vediamo il mondo in base ai nostri stati d’animo o i nostri stati d’animo sono influenzati dal colore del mondo?
Le persone a cui ci aggrappiamo con tutte le nostre forze spesso rivelano la loro fragilità. Il risultato è che siamo sempre e comunque soli quando il dolore bussa alla nostra porta. Ed è un bene, perché abbiamo occasione di incontrare davvero noi stessi.
Walter, l’amico del protagonista, è il personaggio che mi ha colpito di più. La sua immagine mi è rimasta dentro agganciandosi a qualcosa che avevo già. Lui è l’archetipo della banalità e dell’ostinazione del male, la nostra. Lui rappresenta la paura dell’uomo moderno dinanzi alla famiglia, dinanzi alla vita, dinanzi ad un vivere autentico, dinanzi all’amore. Dunque incarna l’impossibilità di una redenzione. La vera perdizione è infatti quel momento dentro ognuno di noi in cui tradiamo, perché nel tradire la persona che abbiamo davanti, l’amico, l’amante, il nostro bambino o il bambino di altri, noi abbiamo scelto di non dare una vera opportunità alla vita.
Ma ci perdiamo anche quando ognuno di noi resta solo nel proprio inferno senza accorgersi degli altri, proprio come le anime delle persone scomparse, che il protagonista ha modo di vedere imprigionate in uno spazio/tempo lontanissimo dalla terra eppure vicino alla terra.
E così, presi dal bisogno di esonerarci dalle nostre più lucide analisi, non ci accorgiamo che non siamo poi così diversi dagli altri, quegli altri da cui ci distinguiamo.
Molti i rimandi letterari, ma più di quelli mi è parso di scorgere dei continui rimandi alla Letteratura e alla Scrittura, come pratiche, come modi di essere.
Io ci ho scorto anche un rimando al terremoto, ma questa sono certa sia una suggestione personale, dovuta al fatto di condividere con Enrico questo vissuto collettivo, seppure in modo sicuramente diverso, essendo io nella provincia dell’Aquila. Ma non importa sapere se questa sottotrama ci fosse oppure no, se quell’estate degli sfollati nelle costa dopo il sisma del 2009 somigli o meno a quella parentesi del papà e del suo bambino in riva al mare, se la lancetta dell’infarto sia così vicina alla lancetta del sisma, se il terreno che vibra e risucchia vite lasciandole sparire così, nel nulla, sia la rielaborazione inconscia di un vissuto reale oppure la metafora della vita e della morte (ora ci siamo – un attimo dopo non ci siamo più. Il mistero della vita). In ogni caso si parla pur sempre di ciascuno di noi. Chi siamo? E dove andiamo?
Infine, e non perché sia meno importante, sono molto grata a Enrico perché pur parlando di qualcosa di diverso – un rapimento dello stato di veglia, un potere che si rivela in uno stato di incoscienza, un presagio, un dono – ha parlato di epilessia. Una parola che per noi è ancora un tabù. Una parola che non so quanti scrittori oggi abbiano riportato tra le pieghe di un libro, squarciando il velo delle nostre paure dell’altro, della vita, della malattia, della diversità, in sintesi della morte.
Non c’è che dire, davvero “un altissimo gioco”.

