Ho conosciuto Francesco Scardone tramite la lettura di un’antologia a cui ha preso parte. Da allora seguo in rete le sue riflessioni, da cui mi arriva una visione unica e tagliente sulla nostra società. Un autore di un’intelligenza vivace e un linguaggio brillante.
Questo suo romanzo narra le peripezie di un giovane cantante in una Napoli densa, esuberante, gustosissima e feroce.
Riti, vissuti e tradizioni sono narrati con un linguaggio brioso e iperbolico e uno stile enfatico e irriverente; le immagini, colorite e vivide, sono restituite in modo magistrale da parole o descrizioni prese in prestito da uno spassosissimo e sempre diverso “lessico di settore”. I livelli dei messaggi che la storia lascia sono molti, sin dal titolo del libro, come è tipico di quella tragica comicità che ha l’ambizione di confrontarsi con la corruzione, la violenza, la morte, l’ingiustizia.
Il lettore ha l’assoluta libertà di ricomporre da sé le immagini sollecitate, come un puzzle, e andare con la mente dove ritiene, un po’ come i personaggi della storia che per strada si amano, si tradiscono, si divertono, si picchiano, si alleano, si rincorrono, e frattanto rincorrono una vita che ancora può considerarsi viva, che li prende quindi sempre impreparati, catapultandoli in un futuro che si accovaccia a ogni viottolo e ogni buca, preannunciando il loro arrivo.
Lo stile personalissimo e un linguaggio originale rendono questo libro una piccola perla. Mi ha riportato alla mente l’ironia, il sarcasmo e la sagacia di alcuni autori della tradizione comica greca.
Contribuiscono a dare colorito alla storia la capacità di esasperare i concetti senza alcuna valutazione di stampo moralistico, e l’incedere ritmato, come se tutta la narrazione fosse un esilarante ballo di paese, o la sua caricatura. Una prospettiva caricaturale appunto che, nell’ impossibilità di capire da che parte sono i buoni e da che parte i cattivi, libera tutti dall’arduo compito, e non fa altro che raccontare un meraviglioso scorcio di feroce e miracolosa umanità.
Emerge così una napolanità che non ha bisogno di sconti né di edulcorazione, perché è bella nella sua totalità, è bella nei sottintesi osceni delle più adattive ritualità e in quelli più puri della più formalizzata oscenità.
Una Napoli verace che si pone come frattura al mondo sterile e asettico della nostra modernità (“variopinto sudario, su un mondo strozzato”) e mantiene ancora intatto il gusto di una risata, di una pizza, dei panni stesi sul balcone a sgocciolare, di una battuta, persino di una scazzottata e di una caduta.
Ma si parla anche della nostra italianità, di una certa mediocrità elevata a esempio civico, di un bigottismo ipocrita e irriducibile che nel libro viene preso a pugni e di un giustizialismo che si vorrebbe trasfigurato in senso vero di Giustizia.
Il lettore viene preso alla sprovvista, non ha il tempo di capire fino in fondo il viaggio che sta facendo, lo fa e basta, come un tuffo da uno scivolo della morte che ci lascia impreparati, come stare seduti in un bar di Napoli a mangiare un babà e guardare il mare.
Ci si accorge solo alla fine della malinconia residua e della sete di vita che ha lasciato addosso.
Leggete questo piccolo estratto che ho scelto per voi:
«E insomma, almanaccando il caso con analoghe liturgie, aborrendo un freddamente modernista scientismo per le nostre più eidetiche convinzioni, da sempre a quanto pare ipotechiamo il presente nel jackpot del futuro, stentiamo la quotidianità dell’oggi elucubrando sulla cuccagna del domani, giornalmente ci genuflettiamo alla vittoria a costo di rinunciare permanentemente al vitto: non giochiamo, dunque, come sembra suggerire il semplicistico modo, ma, più propriamente, contestiamo alla tombola dell’eternità il suo congenito azzardo pretendendo dal bussolotto i numeri irripetibili del nostro proprio tempo.»

