Non perché non credessi in questa storia. Ma perché potevo raccontarla in un solo modo. Delle proposte di pubblicazione ricevute nel tempo solo una mi ha fatto dubitare. L’ultima. Avevo deciso che lo avrei fatto solo a certe condizioni. La più importante: la stima per la realtà editoriale con cui mi andavo confrontando. Le condizioni che mi ero data finalmente c’erano tutte e la stima per la realtà anche.
Eppure mentre scrivevo pensavo solo a seguire quelle visioni. Il romanzo conta circa quattrocento pagine. Una scelta fuori moda? Fuori moda forse, ma non è una scelta. È la storia che ha scelto me, in ogni passaggio, in ogni frase apparentemente inutile, in ogni più insignificante muoversi di un muscolo. Non siamo così anche noi? Come potremmo descrivere una persona che amiamo senza parlare del suo camminare, del suo modo buffo di ridere o del piccolo tic che lo contraddistingue? E anche quando perdiamo qualcuno, di tanta vita insieme, non restano che vizi e manie.
Quattrocento pagine sono difficili da piazzare in una collana o in una fetta di mercato, ma questa è la storia che è stata consegnata a me e io non conosco altro modo di raccontarla. I personaggi non seguono altra regola che non sia quella della loro stessa esistenza. Impossibile fare il conteggio delle pagine dovendomi chiedere cosa di quello che i personaggi dicono o fanno è superfluo. Non ne ho il potere, il diritto.
E poi, sembrerà un capriccio: la copertina. Ho il desiderio ardente che nasca in un certo modo. Per me stavolta tutto inizia da lì. Perché i personaggi sono comparsi ai miei occhi come colori su un dipinto. Hanno interrotto il mio sonno con le loro voci. Mi hanno costretta ad alzarmi e a scrivere di loro. Per due lunghi anni.
Di giorno mi spendevo tra lezioni universitarie, esami, traffico e i più disparati lavori, con la città eterna da sfondo meraviglioso e maledetto ad una vita che sfuggiva a qualunque fotografia. Mi chiedevo come sbarcare il lunario, cosa fare della mia vita, se sarei stata mai felice. La notte la passavo con gli occhi sgranati: li guardavo agitarsi sul soffitto e raccontarmi di sé, poi mi piegavo sulla mia piccola scrivania di ragazza fuori sede, con un vecchissimo portatile, il lavello rotto che mi dava alla testa e l’acqua piovana che entrava dalle finestre.
Altre volte mi raggiungevano alla guida. Allora afferravo il telefono e mi mettevo a scrivere: ai semafori, agli angoli di strada, prima di raggiungere il pianerottolo di casa. Qualche volta non lo avevo fatto e loro si erano arrabbiati a morte: non mi avevano mai più ripetuto una sola frase allo stesso modo.
Se si scriva per scrivere, per capriccio, o per pubblicare io non saprei dirlo. Io ho scritto solo per necessità.
Poi un giorno hanno smesso di parlare. È stato un silenzio irreale. Come un cimitero. Il giorno dopo di un funerale. Li lasciai dormire. Li dimenticai.
Dopo anni tornarono da me. Avevo quasi trent’anni e la disillusione aveva bussato alla mia porta. Non avevo dove andare. Non ero più nessuno, non avevo piú niente. Mi raccontarono del loro passato. Compresi il perché delle loro scelte, anche quelle che allora non avevo capito. Li amai ancora di più.
In quel periodo le proposte di pubblicazione furono migliori. Le riposi tutte nel mio comodino bianco nella mia camera di ragazza, dove frattanto ero tornata. Con niente in mano, a parte me stessa. Avevo fallito. Ovunque si potesse fallire. Ero sola, ovunque si potesse essere soli. Ma ero viva.
Nel mio anno di ricostruzione i personaggi mi fecero una compagnia strana, meno inquietante di quella di anni prima. Passammo alcune domeniche insieme, e alcune sere. La loro luce fu come quella di una piccola candela. Rassicurante ma lontana. Non erano miei amici, non li potevo chiamare. Ma volevano nascere e io non li potevo ancora lasciare andare. Tutto finalmente si completò, anche le parti che prima di allora non avevano un loro posto. Li chiusi di nuovo nel mio cassetto.
Sono trascorsi altri anni da allora. La proposta che ho ricevuto ora è l’ultima. Ho fissato per giorni il contratto cercando di silenziare le loro voci. Infine l’ho rifiutata. Per me è stato comunque importante che a credere in questo romanzo sia stata una realtà che si è collocata in modo preciso negli ultimi anni, che non propone contratti-truffa all’autore, né teme di stare qualche mese senza pubblicare nulla, se non reputa degno di pubblicazione ciò che riceve.
So che ci sono realtà che lavorano bene e guardo con gioia alle pur rare, ma molto intense, relazioni nate tra autore e editore. Ma non è qualcosa di destinato a me, non ne sono capace. Lo lancerò a mio modo nel mondo. E io finalmente svanirò.
Intanto le esperienze negative avute con alcune case editrici prima di questo romanzo sono solo un pallido ricordo, le mie visioni su tutto questo grande capitolo sono chiuse dentro questo scritto, credo, tra quelle righe che non ho potuto proprio cancellare.
In compenso ho fatto degli umili incontri. Persone che hanno creduto in questa storia e nella sua dimensione immaginifica. Da questa visione nitida e concreta nascerà la copertina e forse comincerò di nuovo a sentire le loro voci. Stavolta saranno diverse, saranno le loro.
In questo risveglio insolito, dentro pennellate su tela, saranno finalmente pronti ad andarsene. Da me, che per loro sono nessuno.

