Touch Communication

Un’insolita ragazza

Un’insolita ragazza

Ho scritto il mio primo romanzo a vent’anni. Reduce da un vortice di eventi che mi avevano scossa a tal punto da distruggere la costruzione illusoria su cui avevo fondato la mia vita. Crollò tutto all’istante. Della mia vita controllata e sicura rimase in piedi solo una indomabile, insolita, giovane ragazza; così la immaginavo. Stava davanti a me come un drago, sputava fuoco e cristalli. La odiavo, la amavo. L’avrebbero chiamata Anima, io la chiamai Magenta. La festeggiavo ogni anno, in un bel giorno di giugno. Aveva quel colore, di un rosso intenso intinto nel rosa acceso, e amava sparigliare le carte.

Iniziò per me una nuova vita. Anzitutto “etica” e poi “est-etica”. Cambiai ogni cosa. Delusi tante persone. Mi ferii a morte. Mi spaventai di quelle rovine fumanti che avevo tutto intorno, ma ne ebbi anche il coraggio.

Piangevo più volte al giorno, mi perdevo, scrivevo. Su fogli di carta, in modo compulsivo. Per me era uno dei miei soliti diari, non avevo certo l’idea di star scrivendo un romanzo. Poi mi accorsi col tempo che quei fogli disordinati, quei pezzi di quaderni e diari, raccontavano un’unica storia, la storia di una perdizione, di un cammino nei nostri luoghi interiori.

Sono passata attraverso il nostro inferno. Ho cercato risposte. Malattia, morte, senso della vita, tradimento. E l’ho fatto attraverso una favola, un incubo, dal forte valore allegorico: “I buchi del cielo”. I personaggi principali Vera e Libero. Mi accorgo solo ora che tutte le volte che ho scritto ho parlato sempre della stessa cosa: verità e libertà.

Con un linguaggio totalmente diverso, ne parlo anche nel romanzo che sto per pubblicare, “Lo specchio degli occhi tuoi”, che pure è agli antipodi: narra la storia di due adolescenti tormentate, Elettra e Viola, alle porte della vita adulta, nel vortice della città eterna.
Una storia carnale, verace, dissacrante. Un salto dal cielo allo spartito più reale che abbiamo, lo sguardo.

Passare dalla concretezza di una visione alla maestosità di un passo – o di una voce – è stato un altro modo per vedere la verità cadere dal cielo.
Guardarla in faccia fino a farmi svanire è stato l’unico senso che ho trovato al mio scrivere. Se non posso farlo, non scrivo. 

Torna in alto