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Book review | P. Frank: «The black box society».

Book review | P. Frank: «The black box society».

Il testo si apre con la metafora dell’uomo che cerca le chiavi sotto un lampione non perché le abbia perse lì, ma perché lì c’è la luce. Questa storia, carica di simbolismo, diventa in questo testo metafora delle tecnologie contemporanee: tendiamo a guardare solo dove è facile osservare, non dove è davvero necessario capire.
Le scienze sociali hanno una lunga tradizione nello studio del potere e delle sue dinamiche, ma tali analisi dipendono dalla disponibilità di informazioni. Non possiamo comprendere ciò che resta nascosto. Concetti come “unknown unknowns”, “black swans” o “deep secrets” descrivono aree di ignoranza strutturale, tanto rilevanti da aver dato origine a un campo di studi specifico: l’agnotologia, che analizza la produzione sociale dell’ignoranza.
L’ignoranza non è neutrale: ha conseguenze politiche ed economiche. Alcuni economisti hanno sostenuto che i mercati moderni siano intrinsecamente opachi, rendendo impossibile una regolazione efficace.
Ma l’autore solleva un dubbio cruciale: e se questa opacità fosse intenzionalmente prodotta da imprese e istituzioni per evitare controlli e responsabilità?
Ciò che sappiamo (o non sappiamo) sulla società non dipende solo dalla realtà, ma anche da costruzioni giuridiche e politiche. Le leggi su segretezza commerciale, privacy e accesso alle informazioni stabiliscono cosa può essere conosciuto e da chi, spesso a vantaggio di attori potenti. Queste norme, pur necessarie in parte, permettono anche a imprese e governi di nascondere pratiche dannose.
Paradossalmente, mentre aziende e istituzioni rafforzano la segretezza, le vite dei cittadini diventano sempre più trasparenti: ogni attività online è tracciata, raccolta e potenzialmente conservata a tempo indeterminato. La legge tutela fortemente la segretezza economica, ma sempre meno la privacy individuale.
Il libro si concentra su questa asimmetria informativa e propone la metafora della “black box”: sistemi che registrano enormi quantità di dati o che producono decisioni rilevanti, senza che sia possibile comprenderne il funzionamento interno. Siamo osservati e valutati, ma non sappiamo come, da chi e con quali conseguenze.
Il testo, in sintesi, sostiene che l’opacità delle tecnologie e delle istituzioni non sia inevitabile, ma socialmente e giuridicamente costruita. In una società dominata da algoritmi e sistemi digitali, il potere si esercita attraverso la segretezza delle decisioni e la trasparenza forzata degli individui. La metafora della black box descrive sistemi che influenzano profondamente la vita sociale senza essere comprensibili o controllabili.
Eppure l’obiettivo di ciascuno dovrebbe essere quello di promuovere una società più intelligibile, responsabile e regolata…

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