Mandrie di uomini convinti di avvicinare una donna con la promessa di farle ottenere qualcosa, nel mondo del lavoro, nella realizzazione personale o nel cammino artistico. Uomini che non lo fanno con un atteggiamento di stima, rispetto, ammirazione, quanto piuttosto con una forma di grossolana e molesta captazione, che cela dietro una forma di apparente riconoscimento, un odio primordiale, una sottovalutazione, una disistima assoluta.
Il richiamo verso un’assimilazione violenta, che ha come ultimo atto la distruzione dell’altro, e non il suo fiorire. La convinzione arcaica di avere dinanzi a sé una merce di scambio, che appartiene loro di diritto, anche se spesso la patina formale di questo accordo c’è, ed è un “in cambio di”. Ma quando si prova ad uscire da questa logica, facendo loro presente di avere davanti un uccello che morirà sbranato ma di certo non starà mai rinchiuso nella loro squallida gabbia, la richiesta, prima vestita di sensibilità, si tramuta in un circuito senza fine di sensi di colpa e di violenza.
E non parlo di sesso, non solo. Tante le volte in cui questa richiesta di “scambio” si fonda su altro: fare un passo indietro, scrivere un pezzo in cui non si crede, accettare condizioni di lavoro degradanti, restare ad un colloquio di lavoro fingendo di non sentire il puzzo nella stanza, fingere di non cogliere un asset relazionale pieno di strani giochi psicologici, ricatti e capricci. In cambio di questo atteggiamento satellitare loro “portano il tuo libro ad un festival”, “parlano con qualcuno di importante”, “ti aiutano a farcela”, “ti presentano la gente che conta”, e la donna diventa ad un tempo strumento di questa scalata nel mondo e feticcio da mostrare.
A volte noi donne pensiamo di non aver avuto abbastanza pazienza o abbastanza forza o abbastanza voglia per dimostrare con i fatti e non con le parole che un uomo può starci accanto, nella vita privata come nel lavoro, celebrarci, spronarci, amarci, senza mettere in campo emozioni tribali, senza prove di forza; restando, affiancando, liberando; non noi, ma se stesso. E ce ne sono uomini capaci di farlo, se ce ne sono. Quando si ha la fortuna di incontrarli, non c’è più bisogno di dimostrare nulla.
Premessa postuma capovolta
Di questo tipo di maschile non parlo mai perchè troppo facilmente oggi si viene fraintesi e si viene inglobati nel circo del trans-femminismo, a cui sono fiera di non appartenere. No, non odio gli uomini, no, non penso che la donna sia tout court vittima del genere maschile, no, non credo che la violenza abbia un solo volto. So moto bene che tante di queste circostanze si verificano anche col femminile, tuttavia io qui mi concentro sulla specifica forma che assume col maschile: che che se ne dica non siamo tutti uguali, ed è impossibile eliminare la specificità del rapporto uomo-donna da qualsivoglia analisi.
Fatta questa premessa che devo a me stessa, posso assicurarvi che conosco molto bene quel tipo di maschile predatorio. E mi fa rabbia, e anche tanta sincera pena.

