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Scatole vuote

Scatole vuote

Roma Bene, qualche annetto fa, occhi verdi, corpo statutario, soldi a palate, una professione avviata. Me lo disse chiaramente: tu ci metti il contenuto, io ho la scatola. Scatole vuote. Bluff.
In cambio avrei dovuto snaturare i sensi della mia professione, qualcosa per cui stavo spendendo le mie giornate, i miei risparmi, il mio tempo, da anni. Una missione per me.
Rifiutare e andare via con un trolley pieno di una stagione di vita, non è un gioco da poco.
Ora con il romanzo non è poi così diverso. In fondo basta poco, basta stare attenti alla piega che prende il discorso e subito arriva la proposta giusta. Qualcuno disattento, o con il gusto per le sfide, lo ha chiesto anche a me “scrivi un pezzo per noi”, “partecipa al nostro evento”.
“Se cerchi questo, non avrai fatica a trovarlo. Io se vuoi posso parlare di ciò che sento, per quello che vale, e lo farò a modo mio”
E così si torna a casa, senza riflettori, senza applausi, senza riconoscimenti, e li si guarda scintillare nelle loro pellicce sporche, nella loro vanesia, nella loro perdizione.
Si paga, si paga anche per sempre, soprattutto se non si fa parte di quella fetta della popolazione che può giocare a vita, fingere di lavorare, fare strani giochi psicologici anziché produrre, anziché creare.
Ma è necessario. È necessario. È sempre più necessario.

Premessa postuma capovolta

Ad onor del vero questa è una dinamica che ho riscontrato molto anche nelle donne, soprattutto quelle inserite in alcuni ambienti di “potere”. Oggi il potere non passa solo negli uffici delle cariche più prestigiose, ma si snoda e innerva in quasi tutte le ramificazioni del sociale, della giustizia, della scuola. Quanti ce ne sono di simil-circuiti culturali collocati dentro arene di donne con i coltelli al posto dei tacchi, l’odio negli occhi, il petrolio dentro le vene.

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