Sono stufa di non parlare di cose che pure sento molto, per il timore di essere confusa con movimenti ideologici che mi danno la nausea. E questo è un vero peccato, perché si rischia di lasciare il campo libero. Sono stufa anche di auto-sabotarmi per un’idea di mondo che non sembra destinata ad esserci.
Chiunque al posto mio avrebbe promosso il proprio romanzo dicendo che parla di violenza psicologica, di violenza fisica, di sopraffazione del maschile, di femminic… di uccisione di donna per mano di uomo (non riesco proprio a usarlo quel termine, scusate, mi dà l’orticaria).
È nient’altro che la verità, del resto.
Chiunque avrebbe accettato inviti da parte di circuiti culturali che portano avanti alcune battaglie che più che essere a favore delle donne, sono contro gli uomini (e dunque contro tutti) in cambio di un po’ di visibilità, chiunque avrebbe detto ad una persona che intendeva intervistarla quelle quattro cose che ci si aspetta di sentire quando si parla di questi temi, ma io non ce l’ho fatta.
Il risultato è un sabotaggio ingiusto e vile, che non giova, non solo a me – com’è ovvio – ma nemmeno al mondo.
Sto capendo troppo tardi che il mondo ideale – un mondo in cui nessuno debba essere costretto a fare premesse di sorta – non esiste, mi pare ovvio. E allora sta a noi volerlo, immaginarlo, crearlo con le unghie e con i denti.
Mi libero dalla mia stessa censura, allora. Farò qualche riflessione per me insolita in questi spazi, su alcune possibili ombre del maschile (sempre affiancandole con quelle del femminile), sulla violenza, anche di genere, sul narcisismo; sia attraverso una serie di video che mi sono stati commissionati, sia attraverso delle riflessioni che ho scritto di getto e che vorrei condividere con voi.

Il rischio di questo clima censorio e fanatico qual è? Che io, come tanti altri, evito di parlare di cose che mi fanno rabbia, che mi creano sofferenza, che riconosco come vere, perché detesto essere confusa con il minestrone volgare e violento del trans-femminismo.
Farò, come questo nostro tempo richiede, una premessa, che non serve tanto a tranquillizzare chi mi segue, quanto al suo opposto: tranquillizza me e infastidisce la maggior parte della platea. Farò una premessa non per rassicurare chicchessia, ma per scongiurare il rischio di essere fraintesa, tirata per la giacca, usata a favore delle proprie ideologie.
Ma siccome mi urta abbastanza essere costretta a fare una premessa, seppure una premessa capovolta, [non sarebbe giusto, ognuno dovrebbe avere il diritto di esprimere ciò che ritiene senza premesse di sorta e senza correre incontro alla certezza, altro che dubbio! che il proprio pensiero venga distorto] inizierò a farla sempre alla fine.

