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Ciao nonna

Ciao nonna

Stanotte ho dormito male, incubi su una morte imminente. Al mattino la notizia. Questo elemento di “sensitività” forse è l’unico in cui io possa rivedermi in te. Mi sono sempre sentita un po’ strega. Anche tu hai sempre avuto uno strano presagio, come i gatti che si allontano prima per morire, come gli animali che avvertono prima l’uragano, il mutare del tempo.
Il guaio non è perdersi, ma non esserci stati. Carezze, parole, pasti, promesse. Chiedersi perché, immaginare come sarebbe stata la nostra vita, la nostra famiglia, se. Da bambina mi chiedevo sempre se avrei sofferto, e.
“Il distacco lo sentirai comunque”. Ed oggi so che è vero.
Ma poi riavvolgo il nastro e mi accorgo del sale, delle lacrime e del dolore, della rabbia, dell’impotenza e dell’amore. Mi accorgo che tutto fa parte del nostro percorso, tutto ci forma, strato su strato di pagine, di pelle. E so che ti appartengo. Non c’è ramo che nasca senza il suo albero. Rivedo l’albero, la te bambina, i tuoi racconti, la vita impastata tra la mancanza e la miseria. E so che è anche la mia.
E gli ultimi anni, grazie a lui, ho imparato pian piano a guardarti in modo diverso, come un pezzo di storia che cammina, la mia. E spostando dagli occhi la tenda del rancore ho finalmente visto la te bambina, la te sposa, di quel nonno così dolce e mancato troppo presto. Ho visto le canzoni di Sanremo che imparavi all’istante e cantavi al fondo del letto ogni sera, e lui ti lanciava il cuscino “dormi adesso! Vieni a letto!”. Rimanevi incantata davanti a una femminilità mitizzata, fatta di successi e di paillettes. In un’altra vita, forse, saresti stata un’attrice, una cabarettista. Un animale da palco: grande memoria, grande carisma, ma nella tua vita no, non sei mai uscita dal tuo piccolo paese, non hai visto nemmeno mai il mare.
E rivedo la te nonna, seleziono e ripesco i ricordi facendo attenzione a non inciampare, con infinita, oculata precisione. Siamo dentro la capanna che abbiamo costruito dove d’inverno riponiamo la legna, ogni giorno siedi con noi, giochi a carte, fingi di prendere un caffè. Siamo sedute dentro la tua sala, fai una battuta, rido, ridi, ridiamo. Siamo sole, in quel breve periodo in cui mi invitavi a scendere sempre alla solita ora, per guardare quella telenovela angosciante, con una ragazza con problemi mentali cui toglievano il figlio. Sono lì seduta accanto al camino che ravvivi ogni poco, e mi racconti mille volte la stessa scenetta, tuo padre, tua madre, tuo marito, la fonte, i balli in piazza, la te ragazza. “Ora è finito tutto!” dicevi, e noi sotto l’anestetico volgare degli anni ’90 ridevamo di voi, voi con gli occhi sgranati sul vuoto, voi con le lacrime avvolte su un fazzoletto di pezza.
E così gli ultimi anni abbiamo ricreato qualcosa. Ti ho vista stare con le mie figlie, un dialogo tra sordi, mi faceva ridere, mi faceva star bene. Ti ho fatto qualche video. Tu che reciti una preghiera dialettale che dura più di dieci minuti, interpretata a mestiere, tu che ricordi tutte le province d’Italia in ordine di collocazione, tu che dici, a volte ridendo tu stessa, barzellette, modi di dire, proverbi, saggezze popolari tra il sacro e il profano. Tutto quello che sai lo hai imparato entro gli 8 anni quando poi lasciasti la scuola, ed eri brava! Il resto viene da racconti superstiziosi, sapienti, lontani, di nonni, saggi, miti incarnati, leggende mai davvero smentite.
Oggi vengo da te e ti trovo ferma, muore con te quell’anelito di riparazione. Ma poi mi guardi. Mi fermi il braccio. Hai le lacrime agli occhi “grazie di essere venuta. Grazie di averle portate”. Mi emoziono. So che ci siamo salutate. So che tutto è accaduto. È stato due anni fa. Ciao nonna, ciao ancora.

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