Tempo fa mi sono trovata in una situazione molto difficile. In breve: mio marito e io siamo stati oggetto di minacce di morte, diffamazioni, accuse infondate. Da parte di una persona vicina — divenuta poi “troppo vicina” — travolta da grave disagio psichico e dipendenze.
Tutto è cominciato quando i suoi genitori ci hanno chiesto aiuto. Abbiamo risposto con ciò che dovrebbe guidare ogni scelta: umanità.
Ma offrire aiuto non è mai un gesto neutro. C’è una tensione sottile, a volte impercettibile eppure potenzialmente devastante, tra chi tende la mano e chi, nel riceverla, si frantuma ancora di più. Quando l’identità è già spezzata, anche l’amore può diventare una lama.
Da lì, il baratro. Abbiamo vissuto giorni di ombre e di paura. E anche se oggi sono qui a raccontarlo, ho temuto che le cose andassero in modo diverso.
Non è stato il destino a salvarci, ma il coraggio. La lucidità. E la competenza di chi ci ha affiancati.
Perché vi dico questo? Per fare due piccole riflessioni con voi.
So che, se fosse andata diversamente, ci avrebbero ridotto a etichette da cronaca. Avrebbero forse parlato di “femminicidio”.
Ma il vero nome delle cose sarebbe rimasto impigliato altrove: tra dipendenze, fragilità, bisogni di controllo, invidia e altri “sentimenti” rimossi, identità dissolte.
E se fosse stato mio marito ad avere la peggio, sarebbe bastato un semplice “qualcosa gli avrà pur fatto!” a seppellire tutto.
Racchiudere storie umane in formule preconfezionate è rassicurante ma non restituisce la complessità di ogni vita e di ogni relazione, e per questo non va neppure a favore delle vittime: l’animo umano è così complesso che non saprei dire ancora perché si ceda alla violenza, come un uomo possa arrivare a tanto. Si viene uccisi molto molto prima di essere infilzati con un coltello; si è assassini molto prima di diventarlo per davvero.
Ma un mistero ancora più grande avvolge il perché si riesca a non farlo, a non cedere alla logica della violenza!
É per questo che amo la letteratura, perché apre la mente al dubbio, offre domande, mai risposte, interroga e allarga i confini della coscienza.
Ho studiato senza sosta i meccanismi dell’annichilimento, della violenza, ho lavorato a contatto con la devianza, con persone che hanno ucciso, torturato, violentato.
E ancora non ho risposte, ancora mi domando tante cose: cosa ci trattiene, ogni giorno, dal compiere il peggio? Uccidere o uccidersi, che non sono poi così distanti… Sì, insomma, cosa ci salva da noi stessi?
È in questa domanda che abita il mio bisogno di scrivere. Non occorre la vendetta se c’è la penna.
La scrittura è un atto di giustizia — per chi lotta, per chi sopravvive, per chi non può più parlare.
Si scrive per ricordare. Perché la memoria è un atto civile, prima ancora che narrativo.
Infine: una riflessione sul donare.
Sapevo che aiutare avrebbe comportato un rischio. Non fino a questo punto, ma lo sapevo.
Ma ho promesso a me stessa molto tempo prima che non avrei mai ceduto alla logica dell’indifferenza o della sopraffazione.
E allora, se un giorno dovessi convincermi che pensare solo a sé stessi sia l’unica forma di salvezza, allora sì, avrò davvero perso.
Ma come esseri umani, fatti di istinti e ragione, di logica e follia, di amore e odio, rischiamo di aver perso da molto tempo, e molto, molto di più.

