Torno a provare quella sensazione che provai anche quando mi impegnavo contro il lasciapassare (che con il vaccino, almeno per me, non ha nulla a che fare).
Cercare nomi da poter taggare nel mio ultimo post per Gaza, doversi chiedere ogni volta chi sarebbe d’accordo, come se fosse un tema come un altro, come fosse possibile essere a favore o contro lo sterminio di un popolo. Che dolore. Che dolore questa spaccatura.
In questa lacerazione ancora insuperabile, in questo noi e loro, nel messaggio di scherno di qualcuno con cui si è condiviso molto, nei rapporti che non si sono più recuperati, nella frase che mi disse un giorno un uomo “forse io e te viviamo due mondi diversi” e io risposi “sì, eppure il mondo è proprio lo stesso”.
In tutto questo nasce il germe, il seme, di una storia che sta sedimentando dentro di me da allora e non ho ancora il coraggio di guardare negli occhi fino in fondo perché so che farlo comporterà fare i conti una volta per tutte con quella lacerazione. Ma lo farò, lo farò perché nel mio primo romanzo scritto a vent’anni, una creatura strana di nome Vera, scesa di dimensione in dimensione direttamente dal cielo, disse a Poeta che non basta scrivere, occorre anche il coraggio. E da allora cerco di ricordarlo bene. E non è vero che a scrivere ce ne vuole di meno che a vivere, non è vero, ce ne vuole anche a scrivere. Se ce ne vuole.

