Ha senso scrivere? Ha senso farlo comunque, ben consci del fatto che qualsiasi esito avrà la pubblicazione [successo commerciale vs flop] sarà verosimilmente legato a logiche che nulla c’entrano con la scrittura e con il messaggio che essa custodisce?
Ha senso scrivere in un mondo che sbeffeggia l’arte, la parola, il passato, attorciglia chilometri di carta in volgari pallottole e li butta al primo cassonetto su strada? Un mondo in cui i primi scaffali di ogni libreria sono pieni della sgraziata voce del potente di turno, ingoiata dalle più incredibili gole, siano esse quelle di notori personaggi, influencer dell’ultima ora o di un valido qualcuno che ha la fortuna di trattare temi in voga, e di farlo dalla prospettiva esatta in cui vanno trattati?
Ha senso scrivere in un mondo in cui vedere il proprio nome su una copertina è il fine ultimo e non l’inevitabile ostacolo da superare per chi, soverchiato dall’atto primario dell’ispirazione, vorrebbe solo sparire, dimenticare tutto ciò che vede, persino morire, per lasciare spazio solo alla sua opera?
È questo lo sciabordio che Elettra, il personaggio chiave di questo romanzo, sentiva dentro la sua testa di sognatrice annichilita, prostituta integra, mentitrice autentica. Forse è questo che sentiva anche quella me venticinquenne che ha ricevuto questa storia in dono e che non è riuscita a sottrarsi all’urgenza di raccontarla.
Forse è solo questo che mi ha impedito di pubblicare il romanzo prima d’ora. Quel nucleo di me indistruttibile, idealista al punto da non riuscire a fare un compromesso “adulto” con il mondo reale.
Forse è tutto qui quel senso di disagio che avverto oggi nell’aver esposto la mia persona per dare un’opportunità alla mia storia, ben consapevole che, se tutto andasse come dovrebbe, sarebbe l’esatto contrario. Semmai.

