Ho letto Petrolio di Pasolini cullando mia figlia. Abbiamo iniziato per caso e poi si è affezionata a questo nostro piccolo rito. Attendeva che mi preparassi alla lettura e poggiava la testa sul mio petto. Così per qualche minuto, tre volte al giorno.
È stata una lettura faticosa per me, è un testo volutamente fastidioso e complesso. Pasolini non vuole intrattenere, vuole ribaltare i tavoli, ridere forte durante un’importante cena di affari, sputare in faccia al mondo, esprimere se stesso, pretendere di essere riconosciuto nel suo inestimabile valore, di cui era inevitabilmente certo, dire tutto ciò che sapeva di tutto: mitologia, letteratura, politica, storia, forme e intrecci di potere, anima e occhi delle persone, arte.
Non si interessa di darci una storia tra le tante, cosi lui entra e esce, i personaggi entrano e escono, noi entriamo e usciamo. Siamo dentro un romanzo, dentro un saggio, dentro un film, dentro un teatro, in un articolo di giornale, in una strada abbandonata da dio, in una casa senza specchi, in un vicolo senza lampioni. Siamo dentro di lui, fuori di lui, accanto a lui, dietro a lui, davanti a lui. Siamo intorno, nell’aria, sopra il cielo e sotto il terreno. Siamo nel futuro, in una strage non ancora avvenuta ma di cui ci racconta ogni dettaglio, di cui dipinge l’atmosfera. Siamo nel passato che nessuno vuole più conoscere. Siamo nel presente, il suo presente, il nostro, quello dei nostri figli, che profetava o leggeva nitidamente con la dolcezza e la rudezza tipici del genio.
Mi resta solo un vuoto e un grazie per questo testamento, mai più reale: un testamento mai finito di scrivere perché la sua vita si è interrotta prima. E lui lo sapeva.
«Quella gente non era più quella di un tempo, quella gente non aveva più la purezza (sia pur coatta) della povertà, quella gente non aveva più l’antico rispetto, quella gente non aveva più l’antica ansia di riscatto, quella gente non creava più il proprio modello umano, quella gente non opponeva più la sua cultura a quella dei padroni, quella gente non conosceva più la santità della rassegnazione, quella gente non conosceva più la silenziosa volontà della rivoluzione. Tutte queste contraddizioni erano imprescindibili l’una dall’altra». [P.P. Pasolini, “Petrolio”]

