Si è parlato molto in questo periodo dei bambini e di chi ne abbia la proprietà: i genitori o lo Stato. È una domanda volutamente manipolativa: qualsiasi risposta si darà, si sarà nel torto.
Questa domanda ci viene proposta da magistratura, istituzioni e media, i quali evidentemente credono nel fatto che i bambini siano degli oggetti di cui possa esistere un legittimo proprietario.
Partendo da questo assunto inizia la partita per accaparrarsi l’ambìto ruolo di proprietario. Secondo lo Stato, ca va sans dire, sono dello Stato. Secondo i genitori sono dei genitori.
Ora io uscirei completamente da questa logica del possesso, in cui non mi rivedo e in cui non dovrebbe rivedersi neppure il nostro ordinamento, che considera i bambini soggetti di diritto e non oggetti di cui disporre. Una volta scansata questa logica oggettistica, possiamo affrontare il tema vero, nascosto da questa manipolazione in cui ci siamo lasciati avviluppare, nel timore che ci occupassimo del tema reale.
I bambini nascono in seno alla propria famiglia e a questa appartengono, secondo una legge biologica e naturale che preesiste a qualsiasi norma e a qualsiasi idea di Stato. Lo Stato infatti, e il nostro non fa eccezione, è la risultante di una costruzione simbolica di significati e di regole che i cittadini di una determinata epoca e società si sono dati, considerandola adeguata agli interessi maggioritari. Quando tali interessi sono nelle mani di alcune élite di potere, naturalmente la forma di Stato servirà i loro interessi, questo è un concetto basilare che troviamo sempre, in tutte le organizzazioni.
La legge a sua volta è una esternazione fallibile e limitata perché dipende dalle consapevolezze raggiunte fino a quel momento, dalle scienze considerate più forti in quella fase, dagli interessi di categoria sottostanti.
Invece la famiglia è una cellula naturale e biologica che ha la propria forza in se stessa. È per questo che in qualsiasi società, anche meno articolata, se avviene un rapimento di un bambino o la sua uccisione sono chiamati in causa i genitori, sia come esercenti di doveri di tutela specifici sia come soggetti di diritti a cui risarcire il danno morale ed esistenziale arrecato.
Per questo – e non certo perché i genitori sono possessivi – nel nostro ordinamento è reato la sottrazione di un minore dal proprio nucleo familiare ed è garantito il legame tra genitori e figli (artt. 8 e 9 della Convenzione sui diritti del fanciullo, art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, con riconoscimento della Corte europea dei diritti dell’uomo, in sede di interpretazione dell’art. 8 CEDU).
Non esiste, inoltre, alcuna legge nel nostro Paese che legittimi la sottrazione di minore da parte dello Stato nei casi in cui vi sia una visione educativa diversa tra assistenti sociali e famiglia. Il fatto che siano saltati tutti gli organi di garanzia in questo Paese, e che le situazioni proliferino per anni nel silenzio generale, non le rende legittime, nemmeno per quel singolo sistema di riferimento.
Ecco, tutto questo universo, che spazio trova nelle sentenze, nei convegni e nelle interviste dei nostri magistrati e dei nostri operatori del diritto? Di tutto questo vorrei che ci parlasse il giudice che ha espresso pubblicamente le parole: “I bambini non sono di nessuno, non sono dei genitori”, naturalmente intendendo il concetto di proprietà nella prima accezione che abbiamo visto, e pensando che i bambini siano dello Stato. Questo è evidente, dal momento che proferiva tali parole non in una discussione filosofica di ampio respiro, ma per motivare la sua stessa ordinanza di sottrazione di tre bambini dal loro nucleo familiare in assenza di violenza.
Sarebbe gradito un confronto su questi temi che coinvolga giuristi, operatori del sociale, cittadini impegnati. Del resto, se tutto si muove per il nostro bene, prevedere luoghi di dialogo e confronto è operazione del tutto naturale. Mi chiedo, ad esempio, come mai giuristi che schizzano dalla sedia per il tale trattamento al criminale di turno (io sono d’accordissimo con loro), non abbiano la stessa reazione dinanzi a persone che criminali non lo sono. Per me è un mistero.
I cittadini hanno bisogno di risposte, hanno bisogno di sapere come sia possibile che 40 persone armate sfondino porte e portino via bambini urlanti strappandoli dalle braccia dei genitori, minaccino questi ultimi di stare zitti altrimenti non vedranno più i bambini, e li conducano, a volte persino in manette, in strutture destinate a bambini orfani o con genitori gravemente inadempienti, strutture di cui spesso i genitori non conoscono nemmeno la collocazione, privandoli per anni e anni del rapporto con i loro genitori, spesso anche di una telefonata. Prassi vuole che venga spesso riferito a questi bambini che i genitori non vogliono loro bene o che siano morti. Tutto questo accade nello stesso sistema dove, giustamente, anche per i detenuti sono attive diverse riflessioni sull’importanza di preservare il rapporto genitori figli. Io stessa seguii da vicino un progetto nel carcere di Re Bibbia che prevedeva l’allattamento da parte di donne detenute e tanto altro.
Devo dedurre che in Italia le persone per bene con visioni diverse e i di loro figli abbiano meno diritti dei criminali? Non sarebbe certo la prima volta, ma allora è bene continuare a chiamare le cose col loro nome.
Concludo: il rapporto tra genitori e figli non può in alcun modo essere interrotto da nessuno, istituzioni comprese, se non in casi specifici e residuali e con determinate modalità sia del prelievo sia dei giorni a venire, con misure temporanee e da aggiornare continuamente e sotto stretta vigilanza di cosa accade nelle strutture e di come (non) viene gestita la relazione genitore figlio.
Vedete, questo sistema è molto sofisticato e particolare, destreggiarsi non è sempre facile, ma invece è facile interrogare la nostra coscienza e tornare all’essenza. Quale sistema può giustificare un orrore del genere e considerare giusto un comportamento che noi stessi abbiamo considerato sempre criminale, dalle tribù fino ai sistemi più burocratizzati?
Quando ci porremo questa semplice domanda senza paura del giudizio né di passare dalla parte dei cattivi o di coloro che trattano i figli come oggetti, le risposte verranno da sé e sarà possibile avviare un percorso comune che in seconda istanza preveda anche il dialogo con le istituzioni, le quali al momento possono permettersi di rilasciare commenti veloci dinanzi a simili tragedie, come le star di Hollywood parlano del loro ultimo film, perché noi continuiamo a vivere tutto questo come spettatori e non come cittadini realmente indignati e coinvolti.

