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Indifferenza colpevole

Indifferenza colpevole

Basta rivedere un documentario o rileggere un libro sulle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui hanno perso la vita Falcone e Borsellino per ricordare che ciò che accade ora nel nostro Paese ci sembra assurdo solo perché non abbiamo integrato quell’accaduto nel modo corretto e abbiamo preteso di andare avanti con il giro di giostra – volgare e a pancia piena – dei magici anni novanta.
E non ci siamo più chiesti chi fossero le “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone (intervista Rai del 1991) o i membri della regia invisibile dietro le stragi, di cui parlava Borsellino poco prima di essere ucciso.
E chi fossero i Giuda che lui cercava in chiesa, con sguardo smarrito nell’abisso, il giorno del funerale di Falcone.
Né ci siamo chiesti chi abbia sfilato dalle macerie di un attentato appena consumato, con quella prontezza, da tutti osservato e osservabile, l’agenda rossa con tutti gli appunti segreti di Borsellino, le sue ultime scoperte, quelle che sancirono che sì, sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma solo quando altri lo avrebbero deciso. E perché.
E chi fosse quella persona esterna alla mafia che era presente mentre si preparava l’esplosivo.
E non ci siamo più chiesti tante altre cose.

Per questo parlare oggi di paese libero mi fa sorridere.

Borsellino, in una intervista, disse che sperava in un futuro diverso, privo di quella “colpevole indifferenza” in cui lui stesso diceva di aver vissuto fino ai quarant’anni e che invece i giovani, a suo avviso, non avrebbero avuto.

E invece è andata peggio, peggio di così. Ed è andata peggio perché i nonni e i genitori di quei giovani hanno continuato ad accendere la musica alta nello stereo, a mangiare e bere e fumare come non ci fosse un domani, ad aderire alla farsa della vita tranquilla e sicura e disimpegnata, e ad accogliere senza mai un perché ogni movimento del mercato, ogni più piccola trappola, a farsi prendere in giro dai “ristoranti pieni” berlusconiani, a credere alla favoletta di un potere buono e uno cattivo e di uno Stato buono che fa sempre il meglio per noi, con il mantra inculcato sin dall’asilo del “basta guardare quanti altri posti stanno messi peggio” e, sempre pronta, l’accusa di ingratitudine e lesa maestà per chi nutre qualche sospetto.

La realtà è che quelle generazioni – inclusa la mia – non hanno voluto guardare in faccia una verità scomoda oscura perversa e pericolosa, e l’hanno taciuta, soprattutto a se stessi.

Ma mettendo i problemi sotto il tappeto quelli poi restano lì e pian piano diventano mostri. I mostri che oggi iniziano a spaventare i nostri figli, ma noi continuiamo ancora negarli e a considerarci fortunati e liberi e felici e in mani sicure.

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