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Lo sguardo del padre

Lo sguardo del padre

Una giovane madre stringe a sé il suo piccolo appena nato. Lo allatta giorno e notte, nulla arresta la loro simbiosi. “Lo prendiamo per una visita. Tra mezz’ora è qui”. Di ritorno invece solo la dottoressa, senza la culletta. Il bimbo ha un problema, deve essere trasferito in neonatologia. La madre invece sarà dimessa e potrà vederlo (senza toccarlo né allattarlo) per soli dieci minuti al giorno. Lei non fa che piangere.
È una ragazza molto riservata, fino ad allora non ci siamo nemmeno rivolte la parola, a parte un generico saluto iniziale. Io adoro stare per i fatti miei e non sono portata ai convenevoli o alle chiacchiere di circostanza con persone che non conosco. Nutro una certa simpatia per chi riesce a parlare ancora meno di me, cosa che mi capita molto di rado. Per la prima volta mi accorgo, divertita, di cosa si provi a relazionarsi con me: solitamente le persone sono indispettite, penso, io invece avverto una certa delicatezza e riservatezza. Mi piace, la rispetto.
Ma in quel momento, mentre singhiozza nella stanza tutto è diverso. Ha bisogno di avvertire una delicata disponibilità, credo. La accoglie subito. In seguito mi dimostra la sua gratitudine con piccole frasi e piccoli gesti.
La simbiosi è entrata in crisi per la prima volta. E quante volte ancora accadrà. Dopo pochi minuti arriva il papà del bambino. Un sorriso accecante si scontra nel pianto dimesso della sua donna. Cerca la culla con gli occhi, chiede terrorizzato cosa sia successo.
Compresa la situazione prende a tranquillizzarla. Tono della voce, contenuti, gesti del corpo. Lei pian piano sta meglio.
Lei: “Avresti dovuto vederlo, e invece…”.
Lui: “Non fa niente, sono venuto a vedere te”.
Io l’ho trovata una frase perfetta. Sussurrata così, per non essere ascoltati. Perché l’intimitá vera ha il sapore di un pigiama, di un segreto intimo, di una paura. E vogliamo proteggerla. Una specie di poesia improvvisata, senza riflettori, senza microfono, senza filtri sul viso. Senza spettatori, se non le persone che il destino poggia sulla nostra strada nei momenti più decisivi della vita, persone che rubano messaggi e di cui non si saprà mai nulla, nemmeno il nome.
Di scene come queste ne ho viste moltissime. Padri e compagni dolci, presenti, forti, a dormire nei parcheggi, a fare la differenza nelle sale parto, a gestire imprevisti o assaporare in pieno la gioia.
Se solo i nostri giornali o i nostri programmi televisivi dedicassero un piccolo spazio a scene infinitesimali – e per questo infinite nella loro portata – come questa, avremmo meno timore gli uni degli altri (uomini e donne) e forse, forse, pian piano finirebbe questa guerra quotidiana sanguinosa e violenta che ci vede nemici ad ogni costo, che va avanti da anni e anni, che non è senza vittime, e che disintegra il presente.
Come ogni anno non posso esimermi dal dedicare il mio pensiero alle migliaia di uomini falsamente accusati, costretti a vivere sotto la soglia della povertà e privati dei figli, ma come dico sempre in realtà il mio pensiero è per i bambini, ché non lo so se esista un diritto ad essere padri (e zii e nonni) ma sicuramente esiste un diritto ad essere figli: figli privati ingiustamente dello sguardo del padre e di un’intera radice di vita, da un sistema ottuso, violento, perverso, che li irretisce nelle maglie dell’incompetenza o della mala fede.
La guerra psicologica in cui siamo immersi e in cui tutti noi giochiamo – più o meno consapevolmente – un ruolo, fa tutto il resto. Soprattutto nel renderci, a questa immane e lacerante sofferenza, tutto sommato indifferenti.
Che un padre in più possa dormire tranquillo e sognare di portare a termine il suo ruolo esistenziale: la protezione del figlio.
Che un bambino in più possa trascorrere il Natale con il suo papà, e sognare di crescere nella certezza del suo sguardo.

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