Arrivò nel cuore della notte nel parcheggio antistante all’ospedale. Fermò l’auto a pochi metri dal cancello. Si guardò intorno: non c’era nessuno. Scendendo dalla macchina lanciò lo sguardo oltre il piazzale, ma il muro recintato non le consentiva di captare lo spazio circostante.
Indossava un paio di jeans comodi e un maglione largo. Il cremisi dei lunghissimi capelli era ben nascosto nel cappuccio che sbucava dal soprabito, la mano destra stringeva il coltello.
Attraversò a passi lenti ma decisi il cortile. Il fumo bianco del suo respiro tagliava l’aria gelida dell’inverno. Le dita ghiacciate, aderendo al suo fianco destro, lasciavano l’arma bene in vista.
Saliva le scale come un felino prepara la sua battuta di caccia. I due uomini che parlottavano nell’abitacolo si voltarono a guardarla attraverso la vetrata. Lei sorrise e proseguì con andamento sicuro.
Giunta nel parcheggio interno, lo sguardo furente scivolò tra le macchine, come un serpente velenoso striscia tra le radici di un albero. Finalmente nella visuale opaca apparve la macchina che stava cercando. Sorrise davanti alla sua preda, arrestando la corsa per un istante. Poi proseguì.
Davanti a lei si stendeva fiammeggiante il lungo viale, costeggiato dai lampioni gialli, epurati dai moscerini. Vide una bara galleggiare nell’aria, puntellata da piccole fiammelle rosse, adagiate su fiammiferi grigi, posti tra loro a una distanza minima e regolare.
In alto l’enorme ospedale si ergeva come un mostro che abita la foresta, mostrando ai passanti la sua facciata benigna, e riservando a pochi eletti lo spettacolo notturno e macabro di luci e ombre celate dietro le finestre. La sua mano sinistra frugò nella rispettiva tasca e si fermò sulla lettera che ospitava. Costeggiando l’entrata principale, raccolse i rumori sordi di sedie a rotelle e di risate, e sorpassò le macchine dell’ambulanza parcheggiate davanti all’entrata secondaria del pronto soccorso.
Tutti la conoscevano. Sarebbe entrata da lì senza esitazione e senza destare il minimo sospetto.
Giunta nel vestibolo guardò in entrambe le direzioni, spingendo lo sguardo lungo i rispettivi corridoi. Non vedeva nessuno. Scivolò lungo le scale, diretta al secondo piano. Era una notte calma come molte nell’ospedale, tra le due e trenta e le due e quarantadue.
Poco prima di entrare nel reparto si arrestò. La sua voce, infantile e vivace, esente da colpe e da meriti, correva alta lungo il corridoio, si stendeva sui letti maleodoranti, galleggiava nei flaconi delle flebo vuote appese alle barelle, sgretolava l’aria densa e rovente di un reparto votato alla morte. Riconobbe il rumore dei suoi passi che si avvicinavano, restituito dal silenzio come un ostaggio non gradito.
I suoi occhi verdi accolsero un bagliore assassino e divennero all’improvviso di una tonalità più chiari. Spuntavano fuori dal suo viso d’angelo come gatti neri da una strada buia e deserta.
Un lampo furente entrò dalla finestra rompendo il vetro e illuminò di una luce impropria quel suo istante da strega. Lei lo raccolse come un potere sovrumano e perfetto e lo condusse sulle labbra, celato in sorriso cattivo. Quei passi ignari divoravano la distanza tra l’intento e la meta, culminando fiduciosi sul patibolo di una scena segreta.
Celando l’arma dietro il suo corpo, oltrepassò la porta e lo vide balzare in aria nel trovarsela di fronte senza alcun preavviso. Poi, col suo tono seducente e dolce le disse come sempre: — Ehi — Si avvicinò a lei per cingerle la vita, ma […]

