Ho un solo sogno in testa, da quando sono nata. Ed è scrivere. Per questo l’ho temuto fino a farlo diventare sintomo. Scrivevo su foglietti di carta, poi nascondevo tutto, quasi me ne vergognavo. Ma mentirei se dicessi che temevo di fallire. Temevo ancora di più l’ipotesi di farcela.
Non so scrivere per commissione, non so scrivere perché devo scrivere, non so reggere le aspettative altrui, non so tessere trame di scambi, di relazioni, non so ingoiare nemmeno un boccone se lo trovo ingiusto, non so identificarmi con nulla, nemmeno con questo.
Eppure, quando la fantasia raggiungeva il suo acme, quando il cuore, la testa, l’anima, tutto in me risuonava insieme, e insieme all’universo, io mi immaginavo a scrivere, in un luogo isolato, con il rumore delle onde, con la macchina da scrivere, in un orgasmo costante e continuo di battiti e ispirazione, in pace finalmente col mondo.
Poi a vent’anni è arrivato un libro, ed ecco pronto il mio sabotamento, poi è arrivato un altro libro, e l’ho tenuto solo per me.
Poi ho smesso. Nessuna storia è più venuta a cercarmi, e per me è stato un grande sollievo.
Molti anni dopo ho sentito la giovinezza lasciarmi e mi sono sentita così stupida. Ho ripreso a ritroso un libro e l’ho salvato. Ora riprendo l’altro, e lo salvo. E ora ne ho in mente un altro già da un po’, e lo salverò. Ora ne ho in mente altri – quanto sono stata scema a non averli scritti?
E mi salveranno.

