E così una recensione di una mia lettrice mi ha scosso fino alle lacrime. Ci ho messo un po’ a capire cosa mi commovesse tanto. Io non so se si scriva sperando più di essere visti o più di essere incompresi. Io ciò che desideravo più di tutto era uno specchio, uno specchio in cui altri potessero riflettersi e in cui dunque anch’io potessi vedermi. Vedere questa storia, e quindi la vita, da altri occhi, quelli di chi legge.
Ebbene, leggere questo omaggio ad Elettra mi ha fatto capire che Elettra aveva bisogno di un omaggio, perché tutti gli ultimi, e tutte le parti più oscure di noi, devono stare sull’altare della coscienza degli altri, e della nostra.
Sentire restituita ad Elettra dignità e giustizia mi ha fatto capire che l’orrore proviene dallo sbaglio di uno e dall’indifferenza degli altri, altrimenti sarebbe solo un errore.
Grazie Dalila, grazie per la profondità la bellezza e la sensibilità con cui hai arricchito questa storia, per la serietà adulta, che solo i bambini o le anime pure possono avere, con cui hai preso Elettra per mano e l’hai portata dentro di te.
“LO SPECCHIO DEGLI OCCHI TUOI”
~OMAGGIO AD ELETTRA~
Ho da poco terminato la lettura di questo bellissimo romanzo che, dopo un lungo periodo di blocco letterario, è stato il primo che sono riuscita a portare a termine, tanta è stata la foga che mi ha tenuto incollata alle pagine narranti la vita di Elettra e Viola, queste due giovani donne così fragili eppur così resistenti per la loro giovane età. L’ho letto con affetto e attenzione, immaginando volti e luoghi, perciò ci tenevo a fornire un feedback in modo tale da poter restituire l’immagine dell’opera elaborata dallo specchio dei miei occhi, né miopi né evasivi di fronte a un racconto che li ha scossi in profondità.
IMPORTANTE:
Qualora non aveste ancora letto il libro e non voleste rovinare l’effetto sorpresa, vi consiglio di proseguire nella lettura di queste mie riflessioni solo una volta terminato. Qualora invece l’aveste fatto, sarò lieta di confrontarmi con voi e conoscere il vostro punto di vista.
Direi di iniziare 😊
La prima cosa che mi ha colpito è stato senza dubbio il climax ascendente con cui vengono descritte le due giovani: si parte infatti da un’apparente leggerezza per arrivare a sondare i fondali più oscuri delle loro anime inquiete, contraddittorie, alla furiosa ricerca non tanto di risposte quanto di domande; poiché quelle più giuste, in fondo, non si sa mai quali siano davvero.
Viola ed Elettra si incontrano in un contesto rumoroso ma restano attratte, riconoscedovisi, l’una dal silenzio dell’altra, rimanendo incastrate nei loro occhi bramosi di contatto. L’amicizia tra le due può essere paragonata, nel mio immaginario, ad una giornata autunnale che parte da un sole alto nel cielo per poi digradare verso un crepuscolo dai riflessi rossastri, che annega i suoi raggi in un turbinio di foglie agitate. Entrambe annaspano nel caos dell’esistenza e cercano di sfuggire ai tentacoli di un dolore immenso che celano dietro ai sorrisi, a quel modo di fare sfrontato ma così dannatamente innocente.
In secondo luogo, impossibile non notare che è la morte ad aprire il sipario così come a calarlo. In entrambi i casi è Elettra ad uccidere. Ma chi uccide davvero? Un uomo pavido e mendace oppure i resti di un passato agonizzante da cancellare dalla terra e dal cuore? Nelle ultime pagine Elettra si uccide davvero o semplicemente pone fine a quella stanca rappresentazione di se stessa che si ripete sempre uguale, annullandosi ogni volta? Ad un occhio disattento può sembrare che la ragazza si sia arresa ma io so che Elettra detesta l’approssimazione, perciò mi permetto di andare oltre il dramma, oltre il suicidio com’è banalmente inteso per cogliere, nel gesto estremo, l’ultimo atto di coraggio di una donna lacerata che, non avendo ricevuto dalla vita la sua stessa profondità, la ricerca nella morte. O meglio, nella messa in scena della sua stessa morte che si rivela una rappresentazione teatrale carica di simbolismo e significato. Il suicidio di Elettra è un’opera d’arte, il suo grido di libertà, la sua rinascita altrove, la sua giustizia poetica, il suo disperato opporsi, fino alla fine, alla mediocrità dei suoi simili, che poi tanto simili non sono.
In terzo luogo, lungo tutto il libro sono stata pervasa da un senso di solitudine e fuga, ed ho compreso quanto a volte anche un solo brandello di umanità ricevuta possa fare la differenza nell’anima di una persona. Le due amiche vivono entrambe l’orrore in famiglia; si incontrano, percorrono un lungo tratto di strada insieme per poi dividersi, separate dal “mostro verde”. Viola, pur dilaniata a sua volta, tenta di allontanarsi dal contesto romano e dal Mama, spiccando il volo in un paese lontano dalla desolazione della sua infanzia; Elettra invece, la quale ben presto diventa la vera protagonista della storia, rimarrà nello stesso luogo fatto di amori impalpabili ed eterei, fuggevoli, con uomini fatti di fumo e quasi incorporei, volti a proporre dell’amore continue visioni alternative per confondere, dirottare e nascondere l’unica verità: la loro incapacità di amare. Elettra ricerca per tutta la vita un calore che possa scaldare quel freddo devastante che si porta dentro, delle carezze che possano ricucire le sue ferite aperte, una comprensione in grado di ricomporla. Invece chi incontra non fa che gettare sale sulle sue piaghe con la crudeltà peggiore di tutte: quella agita con leggerezza che non fa dono di nulla, neppure di un briciolo di profondità. Ma seppur dilaniata, umiliata, percossa, abbandonata, violentata, lei vince indiscutibilmente su ognuno di loro, poiché malgrado il dolore più nero Elettra codarda o malvagia non lo è stata mai. È prima una bambina -e poi una donna- che rimane, sopporta, stringe i pugni e aspetta che l’ennesima crisi di nichilismo sia passata; avrebbe potuto vendicarsi e rivalersi sugli altri degli innumerevoli abusi subiti, quanti lo fanno credendosi forti? Invece non lo fa, e questa è la sua personale ribellione: restare umana fino alla fine dei suoi giorni in un mondo ostile. E questa, solo questa è la sua immensa vittoria.
Perché parlavo del brandello di umanità che può fare la differenza? Perché io credo che tra Viola ed Elettra scorra un nome capace di modificare e rendere più clementi le sorti della prima: Esther. La donna che durante l’infanzia di Viola è stata in grado di innestare nel suo spirito quel piccolo seme dorato che probabilmente le ha consentito di non impazzire del tutto. Elettra parla difatti di uno scrigno interiore, una sorta di tesoro nascosto al quale l’amica sembra attingere nei momenti più cupi. Chi direbbe mai nel caos mondano che un sorriso, una parola gentile, possa penetrare nel buio più fondo rischiarandolo? Sono quei minuscoli semini di gentilezza e calore che possono salvare vite, ma questo sono in molti a non averlo ancora capito.
Quante lettere sono state scritte da Elettra, quante parole sono state pronunciate per dare voce ai ricordi. Nell’opera vengono affrontate moltissime tematiche forti, dal suicidio giovanile a quella che forse è la peggiore di tutte: l’abuso sessuale infantile intra-familiare, quel tabù che in molti, troppi, non vogliono ancora vedere malgrado le percentuali di bambini abusati siano ad oggi altissime. Quando ho letto che durante le vessazioni paterne Elettra aveva il compito di chiamare questo amico di famiglia, questo Carl, sulle prime ho pensato: “Meno male, almeno poteva contare su qualcuno che potesse proteggerla!” Poi però mi sono chiesta: “Perché quest’uomo non interveniva denunciando i maltrattamenti familiari?” La risposta è arrivata subito dopo, come uno schiaffo in pieno volto. E di tutto il dolore, di tutto l’orrore c’è stata una scena in particolare che mi ha commosso fino alle lacrime: il silenzio della piccola Mariluna che evitava di urlare per non addolorare ulteriormente la sorellina che, poco discosta, sentiva tutto. È stato allora che si è prodotto lo sdoppiamento tra Elettra e Cyn, artificio con cui la ragazza ha evitato di divenire completamente folle di dolore. La dissociazione le ha consentito di andare avanti e di credere che almeno Cyn potesse tutelarla dai mostri. Almeno Cyn ha potuto a suo modo confortare il cuore dilaniato di una bimba cresciuta in mezzo alle bestie.
Lo stesso Augusto viene sdoppiato e Demon è la sua versione oscura, ancestrale, quasi primitiva, così come netta è la divisione fra Viola e Illy. Questa dicotomia tra bene e male si alterna lungo tutto il romanzo, Elettra non è in grado di creare una sintesi tra i due forse perché il male, quello vero, lei lo ha vissuto ed è impensabile credere di poterlo riammettere di nuovo insozzando quel po’ di bene che riesce a intravedere nelle cose e nelle persone.
Un giorno Elettra, dopo essersi congedata con dignità, si uccide e muore assieme alla creatura che porta in grembo. Ancora una volta è una lettera a spiegare le sue intenzioni e ancora una volta le parole sono talmente tante che traboccano e colano lungo i bordi di un racconto incompiuto. Così quella storia viene raccolta da Viola e conclusa in un primo momento con un finale retorico ed edulcorato, quello che deve scegliere la vita ad ogni costo appiattendo la vita stessa. Successivamente un sogno la scuote e lei comprende che talvolta, nel non scegliere, c’è la scelta migliore; che non sempre i colori per brillare devono essere abbaglianti, ma che spesso la verità si cela nelle sfumature più tenui. C’è un colore che domina la scena conclusiva ed è il rosso corallo, come i capelli di Elettra, con cui Viola riveste la bara dell’amica. Non bianca, non candida con quella finta purezza nevrotica colma di irrealistiche pretese, ma color corallo, sfrontata, caparbia come tutto ciò che è vero, crudo e senza fronzoli.
Alla fine il mostro verde viene annientato e la distanza colmata, è come se le due donne fossero agli estremi di un fil di gomitolo che una mano provvede di volta in volta ad accorciare.
Viola ci fa sapere che Elettra “non aveva mai compiuto una scelta, lei aveva solo amato”, e così si conclude un lungo viaggio poetico, carnale ed interiore che mi ha condotto lungo traffici immobili, visi esangui, corse marmoree di corpi fissi e ostinati nel loro desio di ripercorrere lo stesso trauma, forse nel disperato tentativo di superarlo. Ma cos’è la vita in fondo e soprattutto: cos’è la morte? Vale la pena affannarsi tanto?
Ho letto il romanzo con molto rispetto e sincera partecipazione; ci sono stati momenti in cui ho provato ad abbracciare Elettra sussurrandole di non essere sola, e dentro me probabilmente l’ho fatto sul serio. Non ho potuto non riflettere la sua immagine piena e regolare attraverso lo specchio dei miei occhi che per un poco si sono riconosciuti in lei. Non so se le abbia reso giustizia o no. La sola cosa che mi riesce di dire è che almeno, nel mio piccolo, l’ho onorata cercando di accogliere ogni sua contraddizione come la cosa più sensata e coerente al mondo. In fondo l’amore è comprensione e due occhi che amano sono innanzitutto due occhi che comprendono. Ma quegli occhi offrono una visione pur sempre soggettiva delle cose, così concludo questa mia riflessione con una frase: “Ho amato le parole e le ho odiate, e spero che siano tutte giuste”.
Ci hanno abituato a dire: “Ti amo da morire”.
Chissà se un giorno riusciremo a vederci davvero l’un l’altro, così da poter finalmente dire: “Ti amo da vivere”. (?)
[Dalila D’Amico]

