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Suicidio giovanile

Suicidio giovanile

Per ogni personaggio ho preso spunto da un vero volto, tranne uno, nato da qualcosa di ancora più reale: ogni mia pulsione, ogni mio desiderio profondo, ogni mio fallimento, ogni mio rancore.
Nel romanzo parlo di suicidio, giovanile e non. Molti anni dopo aver scritto la storia, ho saputo per caso che uno di quei volti veri aveva dedicato i suoi ultimi istanti ad un volo verso l’impossibile. Fu davvero strano apprenderlo. Aveva gli occhi chiari e nemmeno trent’anni. A Terni, durante la presentazione del romanzo, paleremo tra le altre cose anche di suicidio giovanile.
Sotto, vi lascio uno stralcio dell’intervista che mi ha fatto Andrea Macciò su questi temi, per Ortica Web – L’Ortica del Venerdì, e un piccolo estratto del mio scritto su questo desiderio, che abbiamo a volte, di chiudere gli occhi e lasciare tutto, lasciare ciò che siamo.

[Estratto]

Ora, con un solo gesto, io posso scegliere quale dei due premere: se l’inchiostro nero sopra questi fogli o il grilletto sopra la mia testa; in ogni caso, racconterò un solo riflesso del diamante, ma esso continuerà a rifletterne tanti e la vira, dopo di me, continuerà a partorire tutti i suoi opposti.
[Lo specchio degli occhi tuoi, cap. XIV, Fine dei giochi]

[Intervista]
(domanda) Un altro tema importante è quello del disagio psichico giovanile, del “male di vivere” e delle pulsioni di morte che attraversano anche gli adolescenti. Sono passati quasi vent’anni dal periodo nel quale si svolge l’azione del libro, quanto secondo te hanno influito su questi aspetti i due anni di lockdown e restrizioni della socialità “in presenza” e la trasformazione delle esperienze e relazioni sociali in esperienze e relazioni virtuali in atto da almeno vent’anni?


(risposta) Sì, tutto il romanzo è un tentativo di trovare un equilibrio tra la pulsione di vita e la pulsione di morte. In questi vent’anni l’equilibrio psicofisico di tutti noi, e degli adolescenti in particolare, trovo sia peggiorato. Questo è dovuto banalmente al fatto che viviamo meno: meno contatto con la natura, con la strada, meno relazioni, meno attività sane legate a questo legame con l’esterno. Nel mio romanzo, ambientato nei primi anni Duemila, si respirano i primi presagi di alcuni cambiamenti epocali che avrebbero mostrato il loro volto nei decenni successivi; sono descritti come una folata di vento che inizia a smuovere tutto, ma su cui nessuno ancora si soffermava a riflettere. Pian piano ci siamo rinchiusi prima nelle nostre case e poi nei nostri avatar virtuali. La vita di ciascuno di noi ne è stata travolta, ma quella degli adolescenti ancora di più, trattandosi dell’età della ricerca della propria identità attraverso il confronto con l’esterno.
Il disagio psichico è aumentato, sono aumentati i gesti di autolesionismo e i gesti estremi, come il suicidio, di cui parlo del mio romanzo. Oggi è cambiato anche il modo in cui tutto questo avviene. Non è raro che capiti senza una lettera, senza enfasi, senza poter scorgere l’ombra di un messaggio: i ragazzi si lasciano morire per gioco, come mettere un like, come partecipare a un gioco scemo e farlo girare su TikTok. I due anni di lockdown sono stati a mio avviso l’atto finale di un processo che partiva da molto più lontano nel tempo: come un trampolino che è a sua volta traguardo e a sua volta partenza.

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