Seguivo l’adozione di un bambino africano da parte di una facoltosa famiglia italiana senza figli. Avevano adibito per lui una cameretta stupenda piena di giochi, una bella tinta, molto spaziosa. Il bambino però aveva tanta paura la notte: lui era abituato a dormire su un giaciglio di fortuna accanto ai fratellini, scaldato dai loro corpi. Una bambina albanese abituata a lavorare sin dalla tenera età ebbe vissuti di vuoto incolmabili a vivere come i nostri bambini, de-responsabilizzata, come un peso per il proprio nucleo anziché un supporto.
Sono trascorsi tanti anni e tante riflessioni son state fatte. La pedagogia vera, non quella che si dà in pasto all’ideologia del momento e alle logiche partitiche o economiche, ha potuto toccare con mano il divario abissale tra un’idea astratta di giusto e la realtà.
La realtà ci racconta che i bambini, ancorché rimasti orfani e dunque senza alternative, dovrebbero essere inseriti in contesti familiari quanto più prossimi alle loro condizioni di partenza. Dunque una casa con meno spazi, ove la prossimità sia più forte, o una famiglia che deve portare avanti la piccola azienda di famiglia con la collaborazione di tutti potrebbero essere, a uno sguardo aperto e vigile, più adatte alla crescita dei bambini di cui vi ho parlato.
Quando mi occupavo di conflitti durante le separazioni era tipico vedere due modelli educativi cozzare tra loro: i bambini sono così destinati ad aderire ad uno dei due, avendo parti di sé scisse, oppure a sviluppare veri e priori deliri identitari. Ci sono bambini che recependo due modelli educativi molto rigidi si adattano a entrambi: dalla mamma sono ordinati, vegetariani, religiosi, dal papà mangiano a terra, consumano carne e sono atei (gli esempi sono inventati e si possono invertire).
La pedagogia seria oggi sa che è meglio un cattivo accordo di una buona soluzione finale. Tra i due genitori non deve vincere il migliore ma deve vincere l’accordo educativo, un accordo anche fatto di falle e compromessi ma che sarà l’unico a dare pace fiducia e sostanza al percorso di crescita del figlio.
Qui invece siamo al delirio: qui c’è un gruppo di estranei che si arroga il diritto di imporre con la violenza istituzionalizzata la soluzione giusta a delle famiglie (sì, sta accadendo anche ad altri) in perfetto accordo educativo, con un’inquietante operazione di rieducazione anche verso gli altri cittadini. Epurazione e rieducazione del diverso, attraverso metodi mafiosi.
Ecco spiegato il perché delle mie parole dure: se anche i bambini di Palmoli in casa famiglia incontrassero Mary Poppins in persona sarebbero distrutti per sempre, lontani dal loro nucleo familiare, dal contatto quotidiano con la natura, senza un padre, senza la possibilità di contribuire all’equilibrio familiare creando oggetti e pulendo ognuno ciò che sporca, con una madre rinchiusa, violentata e messa all’angolo dai paladini dei diritti delle donne e dei bambini!
Nei discorsi del mondo culturale di queste settimane colgo una falla troppo grande: strappare i bambini da una famiglia non significa mai avere quella stessa famiglia un poco migliorata (se mai ci fosse qualcosa da migliorare in loro!) ma spalancare un abisso di traumi, errori, mancanze irreparabili nella vita di queste persone. Ma di cosa accade dopo, importa davvero qualcosa a qualcuno? Pensate davvero che la storia finisca con i titoli di coda quando abbiamo appurato – anche fosse, e non è – che giustizia è stata fatta?
Non fermiamoci a una visione ideale, guardiamo alla realtà concreta. La realtà è fatta di sfumature, ognuno di noi può dare e togliere molto agli altri.
Ma se quando il genitore muore o abbandona non c’è altra strada e anzi l’adozione rappresenta la condizione ideale, almeno in potenza, quando invece i genitori sono vivi occorre fare di tutto per scongiurare l’allontanamento dei bambini dalla famiglia, con tutto il suo portato di storia, identità, conoscenza, appartenenza che nessuna casa famiglia potrà mai sostituire, anche a parità di adeguatezza.
A riprova del fatto che vada data la priorità al rapporto con i propri genitori esistono alla carta forme di aiuto per nuclei in difficoltà, esiste l’affidamento ad altre famiglie (anche questo presenta moltissime criticità quando si traduce in realtà), persino nei casi di nuclei gravemente indigenti, violenti, disagiati, inadeguati.
E ora invece stiamo a disquisire sui nuclei che garantiscono cure, assistenza, educazione, solo perché non è quella di regime? Ma nemmeno il fascismo era arrivato a tanto.
Mi si dice che bisogna discernere persona e persona perché esistono anche persone per bene che lavorano nel sociale o nelle forze dell’ordine. Ma questo è talmente ovvio che non pensavo neppure di doverlo esplicitare. Io però aggiungo un paio di cose.
La persona per bene ha il dovere di capire da chi è manovrato e di restare al servizio solo finché la sua attività non entri in contrasto con i principi minimi di civiltà e non si traduca in violenza. Quando questo invece capita, diventa responsabile della violenza che agisce. In ogni caso ciascuno di noi è responsabile del sistema che rappresenta ma paradossalmente più ci sentiamo responsabili meno saremo permalosi dinanzi alle critiche. Io ad esempio ho lavorato nelle carceri, nelle scuole, nei nidi d’infanzia, con alcuni giornali, nel sociale, eccetera, ma mai mi sarei sognata di offendermi per le critiche a quel sistema.
Questo per una semplice ragione, che mi sono sentita sempre altro e ho agito sempre in modo ‘altro’. Questo significa cose molto precise, significa andare via quando quel grado di libertà interiore non è più garantito, significa dire “no” quando il degrado culturale, etico e spirituale è così forte, significa lottare seriamente per dei cambiamenti concreti, esponendosi pubblicamente alla gogna e alla critica che nella nostra società sono davvero feroci.
Banalmente dinanzi a un caso del genere carabinieri e assistenti sociali con un minimo di senso di realtà e con un barlume di umanità in corpo, anziché recarsi nei giardini privati a mettere in atto dei sequestri di persona dovrebbero dimettersi.
(Ci indicano il mostro nel nostro prossimo, per non farci scorgere la luna marcia riflessa nei loro occhi.)

