Forse chi ha scelto di non votare al referendum non ha rinunciato ai propri diritti. Semplicemente, non crede che quella sia la strada giusta per conquistarli. Così, forse, non è che chi non vota si arrenda all’idea che nulla possa cambiare. Forse pensa, semplicemente, che il cambiamento passi da altrove, e dunque ha smesso di cercarlo in un luogo che gli appare sterile, ostile, immobile, pieno di persone senza sguardo. Pagliacci, spesso. Usurpatori, a volte. Persone che si sono appropriate di parole e simboli importanti, svuotandoli, e che hanno finito col rendere sospetto perfino ciò che in origine era nato per dare voce.
Magari chi non vota guarda a certi rituali della democrazia — questo incluso — come a messe in scena, più che a reali possibilità di cambiamento: un po’ come la distanza che passa tra chi coltiva la terra e chi ne interpreta il ruolo sul palco. E forse ha anche delle ragioni per pensarla così.
È un po’ come quando ti rendi conto che una persona è tossica, che manipola, che ogni parola detta e ogni gesto fatto non porta mai da nessuna parte. E allora smetti di provarci, perché continuare significa solo rimanere intrappolati in un gioco che non cambierà mai.
Certo, forse chi si è astenuto ha sbagliato. Forse stiamo sbagliando tutti, ognuno a suo modo.
Ma una cosa sembra chiara: ogni volta che cerchiamo un colpevole per lo stato delle cose, lo immaginiamo sempre un passo più in là. Mai qui.
Mai noi.

