Touch Communication

Book review | E. Macioci: «Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia»

Book review | E. Macioci: «Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia»

Una frase che mi appartiene. Ci appartiene. Non dall’ora che avremo letto il libro, ma da sempre.
Questo di Enrico Macioci è un libro deciso, netto e pieno di personalità, proprio come l’amico del protagonista che non ha bisogno di fingere d’esser altro rinunciando così ad esser se stesso.
Quando venni a contatto con questo titolo e seppi a cosa si riferiva per prima cosa pensai che anche io ricordavo nitidamente i giorni della caduta nel pozzo e poi della morte di Alfredo Rampi. Poi riflettendoci bene pensai che era impossibile dal momento che io sarei nata solo qualche anno dopo, nel 1984.
Credo che io facessi riferimento principalmente ad un film che narrava la vicenda di una bambina caduta in un pozzo, film che non so quanto fosse ispirato a questo caso ma che mi sconvolse. Credo che nel tempo io abbia unito, senza rendermene conto, le due storie. Entrambe vere. Entrambe false.
Ricordo ancora che quando vidi quel film ero a casa di amici di famiglia e in quel momento noi bambini eravamo da soli in sala, nel primo piano della casa, mentre i grandi erano tutti giù nel rustico. Riflettere su questo evento ispirato a una storia vera, vedere la madre mangiare normalmente un gelato, assistere allo show che venne mandato in onda dalle radio e dalle televisioni h24, ma soprattutto non ricevere dal mondo dei grandi una proposta di senso, sentire di dover ricondurre necessariamente tutto all’interno del grande calderone dell’intrattenimento, e poi all’interno di quella scatola che mica era vera e che stava lì solo per divertirci, e poi di quella sala a luci accese e di quella serata di leggerezza e di festa, e di quella società bulimica e sempre in corsa festante, mi turbò profondamente, un po’ come dover andare per forza avanti sapendo di aver lasciato qualcosa di importante dietro. Forse anche la mia vita in quel momento si è scissa un po’ tra un Francesco che va alla ricerca e un Christian che scompare. Forse anch’io mi sono sporta allora con tutta la faccia e ho guardato dentro il mio burrone.
Il romanzo di Enrico è un viaggio nella storia, la nostra storia personale e quella collettiva. Allo stesso modo è un viaggio nella mente di ogni bambino, forse soprattutto quelli di oggi.
Sono cresciuta in un piccolo paese di provincia, e ho trascorso le estati a darmi appuntamento a voce con i miei amici, a incrociarci al muretto, a costruire casette, a seppellire animali morti, a piantare semi attendendo che sbocciassero fiori, a scrivere lettere, ad andare in parrocchia a piedi, a usare qualche spicciolo per la merenda, a scoprire case abbandonate, a lanciare e poi ricorrere bottiglie piene di sassi in discesa e poi tornare indietro con gli occhi chiusi, a sentire gli anziani vicini di casa raccontare mille volte la stessa storia, a vederli piangere con le foto dei figli emigrati o ridere a crepapelle davanti a una nostra battuta sciocca, a organizzare in strada spettacoli con presentatori e ballerini dove invitare tutto il quartiere, a mangiare fiori, a creare profumi con il sapone e gli steli e cercare poi di venderli nei mercatini, a inventare disinfettanti naturali da applicare sulle ferite appena aperte dei bambini più piccoli, a correre in bici senza mani, ad essere rincorsa da anziani arrabbiati per l’ultima marachella.
E mi sono chiesta: se non avessi avuto tutto questo nella mia storia sarei riuscita a vivere per mesi da sola nell’Irlanda selvaggia, a risorgere ogni volta che è stato necessario, a credere ancora nell’amore anche quando sembrava impossibile, a creare un nuovo sogno quando sembrava più opportuno smettere di sognare, a navigare controvento e tenere lo sguardo sempre fermo davanti ai miei burroni? Io la risposta non ce l’ho ma sento la fiducia che la strada mi ha lasciato attaccata sotto i piedi, persino in quei momenti in cui forse anch’io mi sono chiesta come il protagonista “gli adulti ora dove sono?”.
Io avevo sei anni, l’età del protagonista, nel 1990. Forse è stato proprio allora che tutto iniziava a cambiare, che cominciava a inclinarsi il piano che ora vediamo completamente saltato in aria. Forse era difficile capirlo, forse no, forse abbiamo bisogno di guardare le cose con l’anima bambina o con lo sguardo poetico e crudele di uno scrittore.
Questo romanzo mi giunge anche come una delicata denuncia al mondo dei grandi. E non tanto perché non hanno saputo tirarci fuori dai burroni ma perché non lo hanno mai ammesso.
Abbiamo respirato una genitorialità da un lato austera, distante, sicura e piena di possibilità [al contrario di quella odierna stramba, simbiotica, insicura e precaria] dall’altro miope. Così i genitori sentivano di aver concluso il loro dovere nel mondo l’uno portando un buono stipendio a casa, l’altra avendo preparato la cena, entrambi mai abbastanza forti per chiedersi se il loro bambino fosse felice.
Credo che questo romanzo parli del modo di essere mamma e papà di un’intera generazione. Pasti variegati e nutrienti, cartoni alle quattro di pomeriggio, sport, una cameretta piena di giochi, panni sempre stirati. Avevamo tutto tranne la capacità di capire quello che stava mancando.
Ho vissuto nello stesso contesto geografico descritto nel libro, nell’aquilano, e ho riconosciuto tra le pagine i codici, le forme e le strade, anche se poi penso siano i codici, le forme e le strade di ognuno di noi.
Perché abbiamo camminato sotto il sole, o quando cominciava ad arrivare il buio, o anche la sera tardi sotto le stelle. Abbiamo sentito come cambiava l’odore dell’aria al mutare delle stagioni, e dai rumori delle televisioni che sgattaiolavano fuori dalle case siamo stati in gran parte consolati.
Qualcuno tra noi a un certo punto ha capito che in questa giostra da cui non si poteva decidere di scendere e in cui si doveva in ogni caso esser felici, qualcosa iniziava a non tornare. Forse Francesco era uno di questi … Ma non sapremo mai se il vero strappo sia stato il burrone o l’asfalto costoso e al catrame delle nostre vite che ce lo teneva nascosto.
Un libro che si posa sull’anima delicatamente come una farfalla che per capire il giardino aspira al fiore, e lui è la farfalla e tu sei il fiore.

Torna in alto