Quando passavo da te, nei tuoi amati boschi, dove sorgeva quella “casetta”, che la costanza di mio padre e l’amore di mia madre hanno reso prato fertile e casa, ti cercavo sempre a lungo prima di trovarti.
Prima di tutto sentivo i suoni della radio che lasciavi sempre accesa. Poi vedevo i tuoi cappotti pieni di tasche, il tuo tavolo disordinato, il tuo camino stracolmo di cenere. Poi calpestavo i tuoi cespugli, spiavo i tuoi animali e infine ti trovavo accovacciato per terra con una birra aperta, poggiata sull’erba, tra i cespugli più alti della tua testa. Te ne stavi così, nel punto più lontano dal mondo, il più vicino al tuo unico regno: la natura.
Ho capito solo più tardi che cosa mi stavi insegnando.
Che in questo scatto mi insegnavi ad amare e a capire la solitudine.
Che quando rispondevi a chi ti proponeva di abbattere qualche albero per avere il passaggio libero e meno ombra sulla casetta dicendo in modo burbero «quello resta lì. Se c’è, un motivo ci sarà.» ci stavi insegnando a rispettare la natura e i suoi eventi, e a posticipare il nostro bisogno spasmodico di intervenire per renderla feticcio umanizzato, piegato al nostro borghese e disgustoso piccolo ego.
Che quando i tuoi vicini nei duri anni del dopoguerra davano uno o due figli temporaneamente in affido a famiglie più benestanti e tu ne avevi sei e la fame e la durezza della vita era tante, tu rispondevi «i figli devono stare alle proprie case. Questi sono i nostri. Stanno tutti qua». E così mi stavi insegnando che non vale nulla più della capacità del dono della vita e di questo alito di futuro che ci trapianta stabilmente nel presente.
Che quando dicevi «ne avrai di tempo per dormire» mi stavi insegnando a prenderla a morsi questa vita.
Hai parlato poco nonno. È questo quello che dico sempre quando racconto di te, è forse la prima cosa che mi viene in mente. Eri un tipo taciturno che amava stare da solo, da solo anche in mezzo al nostro caos. Non ho mai capito se facevamo tanto chiasso per coprire il tuo silenzio o se tu stavi in silenzio per sentirci parlare.
So solo che era perfetto così.
Tu che ti avvicinavi alle persone con l’anima bianca, l’alito di vino e le mani sporche di terra, cosa ne avresti pensato di noi che ci allontaniamo dagli altri con le mani sterilizzate e l’alito chirurgico ma con il cuore e la mente sporchi?
Mi chiedo tante cose, rispetto a questo tempo. Mi sarebbe fin troppo facile metterti in bocca parole che non so. Preferisco allora rifarmi solo a quelle che mi hai detto.
Ricordo quel giorno, ero adolescente e in TV trasmettevano la notizia di un bambino di dodici anni che sarebbe stato colpevole di aver violentato la sua insegnante. Tutti erano scioccati da questa notizia e le inquadrature in primo piano della donna sposata, con gli occhi lucidi, avevano la meglio per tutti. Ma non per te.
Alzasti il volume della televisione, era il tuo modo per farci capire di dover tacere. Amavi le nostre incursioni nel tuo mondo ma avevi bisogno di sentire la voce che arrivava dalla realtà esterna.
«un bambino di 12 anni violenta una donna di 40 anni». Lo ripetesti più volte. «Un bambino di 12 anni violenta una donna di 40 anni».
Era come se parlassi da solo. Mi insegnasti tutto in quella sola frase che scivolò via con le posate, i piatti caldi e le nostre frivolezze, ma mi rimase dentro negli anni a venire.
Tu che capovolgevi le notizie, tu che spesso non venivi capito, tu che insegnavi con l’ironia e il sarcasmo. Tu che abbinavi l’acume e la sincerità, ed era quello il tuo abito migliore.
Mi chiedo allora, se ti avrebbero davvero convinto — sano come eri prima di ammalarti davvero — di essere un presunto malato ad ogni costo.
Mi chiedo se tu che per 70 anni non hai guardato un medico in faccia fino a quel maledetto giorno, quando con quel brivido sei stato inghiottito dalla vita, avresti mai accettato di essere ispezionato, misurato, accertato in continuazione e preventivamente.
Mi chiedo se con l’idea assoluta di libertà che avevi avresti mai accettato di essere inseguito, controllato, tesserato.
Mi chiedo se sarebbero mai riusciti ad entrarti nella testa, a convincerti di essere un costante presunto ammalato che deve dimostrare di non esserlo e se, pulito come eri, tu che non ammazzavi nemmeno un ragno e ci intimavi di fare lo stesso, avresti accettato di essere trattato come un presunto assassino che deve dimostrare di non esserlo.
Mi chiedo se tu che non conoscevi freni o tabù per il tuo linguaggio avresti accettato di essere trattato come un criminale per aver espresso un tuo pensiero.
Mi chiedo anche, qualora ti avessero convinto di questo, se ti avrebbero convinto mai che in questo mondo con la telecamera d’effetto sui visi inumiditi, i buoni sono i nostri governanti e i cattivi i tuoi vicini di casa, quei non più ragazzini con cui avevi fatto le corse nelle strade polverose.
Mi chiedo se ti avrebbero convinto mai che i mafiosi sono innocenti fino a prova contraria, in un sistema che quella prova non può prevederla più, mentre gli innocenti sono colpevoli fino a prova contraria, in un sistema che quella prova non può prevederla mai.
Conosco le risposte e allora mi chiedo se avresti sofferto, come sto soffrendo io, e tanti come me. Mi rispondo di no, perché tu eri già solo, lo sei stato sempre, anche in mezzo alle nostre risate sguaiate. Lo eri anche quel giorno che dicesti quella frase due volte e ci guardasti continuare ad apparecchiare la tavola come se nulla fosse.
Tu eri solo, mentre ti ritraevi sul divano e ti lasciavi rapire dal sonno, quando invece di guardarci preferivi fissare il vuoto e percepire solo la nostra presenza nella stanza. Quando non avevi voglia nemmeno di salutare, che di fare convenevoli non sei stato capace mai. Eri solo sempre, eri solo ovunque, che di essere in una compagnia sbagliata non ti è interessato mai.
Allora, visto che non ho le tue parole di oggi le scrivo io a te in questa lettera, sperando che ti arrivino o che arrivino a me. La me di allora. La me di adesso.
Sarei ipocrita se dicessi che so che esisti ancora in un’altra dimensione, tu che dicevi sempre «si vive una volta sola. Non c’è niente dopo. È tutto qua». Ma quel tutto era veramente tutto, da lì sprigionava davvero il tuo cantico alla vita.
Così, mi hai insegnato ad amarla la vita in ogni sua forma, in ogni suo istante. Hai trovato l’eternità nella strada, nel vento, nelle tue rose che amavi veder sbocciare, nelle trote che nuotavano libere nella tua grande vasca, negli alberi e nei cespugli incolti, nella donna che hai fatto moglie e sei volte madre.
E allora non posso certo dire che ti immagino su una nuvola né avvolto dalla luce eterna. Staresti male lì, non ci credevi proprio. Per te la religione era come la medicina, un escamotage inventato dall’uomo per assopire il dolore e così schivare la vita.
In questo mondo che insegna, pretendendo da noi i disegni uguali per tutti, una lavagna piatta anziché tonda, una risposta univoca anziché una miriade di domande, non ci hanno addomesticati a concepire un Paradiso che andasse bene per quelli come te.
Quelli con l’anima pulita e la bocca piena di verità. Quelli con le parole essenziali e i “perché” nella testa. Quelli con il vestito liso, le tasche piene di oggetti, gli occhi stracolmi di storie, vissuti, sofferenze e ingiustizie, quelli con la cicca di sigaretta sempre troppo lunga, quelli con la bottiglia sempre mezza piena. Quelli col passo lento, lentissimo, in un mondo che si accartoccia vorticosamente in sé stesso, quelli con lo stesso piatto ogni giorno in questo supermercato di scaffali stracolmi di inganni e di niente, quelli che con il formaggio, il peperoncino e un bicchiere di vino prendevano a schiaffi giornalmente gli indecisi, gli ipocrita, gli indegni.
E allora io lo so che non sei più qui e che non sei nemmeno lì.
Sei in tutti i momenti in cui leggo una notizia e la ribalto, sei in tutti quei bivii in cui devo scegliere se fare un figlio o stare più comoda e scelgo la vita, sei in tutte quelle volte in cui mi vendono qualcosa con petulanza, per il mio bene, e io penso alla tua frase più riuscita, le parole che tracciano il tuo unico vero dna: «è accuscí bon i mi ‘u dà a mi?» («è così buono e vuoi darlo a me?»), insegnandomi così a diffidare dalla peggiore forma di manipolazione, quella che cerca di possederci con il subdolo inganno della finta cura.
Sei in tutte quelle volte in cui mi documento, guardo indietro, scorgo avanti, penso a te in una terra lontana che tornavi di rado e ti riempivi le mani di caramelle per i tuoi figli, perché sapevi che anche nel dolore i sogni dei bambini consolano più della sicurezza, e che anche nella miseria i sorrisi inaspettati saziano più della verdura e del pane.
Eppure la amavi la vita. Al punto che quando con quel brivido ingoiasti la notizia non sei stato più lo stesso. Ti ho osservato a lungo perché la vita in una strana rocambolesca sterzata ci ha uniti persino in quell’ultimo viaggio. Così, mentre mi interrogavo sulla mia vita, sul senso della morte e della malattia, osservavo il disagio nei tuoi passi ospedalizzati, avvertivo il puzzo dell’alcol nelle tue narici abituate all’odore di salvia e di rose, sentivo l’assenza dell’aria e del vento che ti attraversava da parte a parte, e ti curava più del farmaco, più dell’ago, più della cura senza speranza, che accettasti come ultimo traguardo per illuderci di far qualcosa, frattanto perdendo ogni altra cosa.
Da lì in avanti, tutto il tempo che fu, quando entravo lì, da voi, a casa tua e di nonna, senza bussare, senza girare la chiave, solo spingendo la porta sempre troppo dura ma aperta, ti trovavo in cucina e mi dicevi «paré nonno se ne è andato troppo presto» e io ogni volta avvertivo nonna sussultare nel suo metro quadro di mattonella. Così ci aiutavi a capire che non era una cosa da poco, che saresti stato con noi molto meno di quanto prevedevano i dottori, perché avresti voluto scendere prima di arrivare a quella fermata. Perché sapevi che non l’avresti voluta una vita umiliata, ridotta a burocrazia, stanchezza, ricette e cattive notizie, perché sapevi che la realtà va guardata in faccia senza filtri perché sono quelli che ti tolgono la visuale migliore.
Altri giorni quando mi vedevi apparire nella vostra cucina mi dicevi «paré nonno se ne va a Aielli» e io che non capivo cosa intendessi tornavo a casa e chiedevo a mia madre e lei piangeva, chiedevo a mio padre e lui sorrideva di orgoglio e mi spiegava le questioni dei confini del cimitero e l’annosa diatriba per la sua “paternità” tra il Comune di Aielli e il nostro, quello di Celano. Così mi insegnavi che non vale nulla più della politica, degli affari degli uomini, delle scelte, delle manipolazioni della storia per potere, danaro o mero interesse. Tu ti infilavi velocemente nella storia, come una lepre saltavi magistralmente dentro i lunghi e sterili dibattiti e con una sola frase laconica, di nuovo, sincera, mi insegnavi che niente conta più della ricerca strenua della verità, anche quando apparentemente ammazza il nostro ego, e che non vale la pena barricarsi in inutili schieramenti, e soprattutto niente vale quanto il sapersi collocare, dinanzi ad una scelta.
Ponevi questo fatto prima della tua stessa morte. Prima della tua vita.
E allora nonno io quelle parole non le cerco perché io le ho già.
Tu mi hai insegnato che una vita ordinata col prato falciato è più comoda, ma non dà la stessa emozione nell’essere calpestata.
Che una vita con un figlio in meno in casa è meno disperata, ma non vale la pena di essere vissuta.
Che una tragedia con i filtri è meno dolorosa, ma non sprigiona il mistero della vita.
Che una vita vissuta nella paura di morire è un inno alla morte.
Che l’attaccamento fobico alla sopravvivenza umilia il dono della vita.
E allora nonno, per questo e per tanto altro, oggi io scelgo la vita. Io scelgo la vita.
Non te l’ho detto mai, ti amo. Salutami nonna. Sbocciami una rosa.

