Quando ho scritto Lo specchio degli occhi tuoi ero vittima di un grave nichilismo. La rabbia, la frustrazione, il dolore, la percezione di un mondo che troppo spesso si discosta da come lo vorremmo. Tutto questo non ha vinto solo le protagoniste e tutti gli altri personaggi, ma ha vinto anche me, una ragazza di appena venticinque anni che ha trovato nel ritiro dal sogno l’unico perimetro di libertà.
Eppure scrivere è stato importante. L’alternativa: avere venticinque anni per sempre. Fa strano parlare di questo, in un’epoca in cui il male di vivere non trova spazio che in qualche augurio generico di estinzione o in qualche scelta autodistruttiva. Ma si può amare la vita all’infinito eppure volerla vedere finire.
Nel mio romanzo parlo di suicidio, quello giovanile e quello di chi giovane non è più. Eppure mi rifaccio a un tempo in cui anche al suicidio era ancora possibile attribuire una qualsiasi forma di senso. Oggi non è più così. Oggi si muore in modo sciocco, dentro un gioco, una narcosi del senso, un reel. I suicidi crescono ogni giorno, ma non ne parliamo, come se fosse una colpa da confinare in quella piccola realtà.
I suicidi, per me, non sono delle colpe e neppure delle rese, come la nostra logica produttiva vorrebbe significare: nel gioco della vita, hai perso. No. Il suicidio può essere anche una vittoria, come nel caso dell’unica persona che nella tragedia di Rigopiano disse non riuscire più a vivere sapendo di aver contribuito a tanto dolore. O possiamo pensare che abbiano vinto coloro che sono tuttora arroccati nelle loro posizioni, salvati da una società che sovverte di continuo il giusto e l’ingiusto, essendo entrambi immolati alla logica produttiva?
Così, è giusto ciò che riesce ad affermarsi nel mondo, non lo è ciò che non vi riesce. E allora via i disabili, via gli anziani, via i bambini, via chi soffre, via chi sente le cose in modo diverso, via gli infelici veri, non quelli di mera posa.
Ecco allora che morire può diventare anche affermazione di un sentire altro, un disconoscimento profondo di qualcosa di orribile che alcune sensibilità rilevano.
E chi resta? Cosa prova chi sopravvive? Questo vuoto pieno di compassione mista a rabbia, ho lasciato che lo descrivesse un figlio. Perché ho sempre creduto nella parola, ho sempre pensato che avesse la meglio sulla realtà. E allora il racconto di un figlio diventa pietà, accettazione, salvezza. La storia e la mia vita, incastrate nello stesso campo magnetico, alleate in favore della vita.
Ma in una società che ha eliminato la parola come ultimo orizzonte di senso, cosa resta? Banalmente: cosa avrebbe fatto quella venticinquenne che ero, se non avesse avuto mondi da immaginare? Cosa stiamo negando a ciascuno di noi? Qualcosa di più della pace, dei servizi, del benessere, del rispetto. Stiamo togliendo mondi da immaginare, spazi da costruire sul nulla, lettere da scrivere e messaggi da decodificare.
Oggi quella ragazza che è ancora dentro di me vorrebbe incontrare questi ragazzi e questi anziani ad uno ad uno e raccontare loro della possibilità di inventare mondi.
Con questo spirito sto portando il mio romanzo nelle scuole superiori, affinché i ragazzi possano riscoprire la magia della parola, e inventare nuove strade per i miei personaggi, così scoprendo che oltre il nulla, esiste ancora qualcosa. Ad esempio una penna, ad esempio un foglio, ad esempio un nome che prima non esisteva, proprio come il nostro.

Il progetto presenta due componenti, una legata alla parola e una al disegno, ed è stato realizzato da me, dall’autore del dipinto in copertina Antonio Zenadocchio, e da Maria Alberti (agente letterario e presidente de Il Cielo Capovolto che ha curato il progetto).
Presto un video per i dettagli.

