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Zenit

Zenit

Ho un solo sogno in testa, da quando sono nata. Ed è scrivere. Per questo l’ho temuto fino a farlo diventare sintomo. Scrivevo su foglietti di carta, poi nascondevo tutto, quasi me ne vergognavo. Ma mentirei se dicessi che temevo di fallire. Temevo ancora di più l’ipotesi di farcela.

Non so scrivere per commissione, non so scrivere perché devo scrivere, non so reggere le aspettative altrui, non so tessere trame di scambi, di relazioni, non so ingoiare nemmeno un boccone se lo trovo ingiusto, non so identificarmi con nulla, nemmeno con questo. “Se non respiri attraverso la scrittura, se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo, allora non scrivere, perché alla nostra cultura non serve”, così scrive Anaïs Nin.

Viceversa, tutte le altre anime che ho avuto e coltivato nel tempo, si sono sempre infrante contro i limiti della realtà: in nessun posto mi sono mai sentita libera come lo sono con un foglio di carta in mano. Lo sguardo radicale e poetico si sposa bene con un romanzo, meno con la vita di tutti i giorni. Ecco che allora, non potendo portare quella libertà nella realtà, ho portato tutti quei temi dentro la mia scrittura, l’unico posto in cui sento di poterli proteggere.

Sin da bambina, quando la fantasia raggiungeva il suo zenit, quando il cuore, la testa, l’anima, tutto in me risuonava insieme e insieme all’universo, mi immaginavo a scrivere, in un luogo isolato, con il rumore delle onde, con la macchina da scrivere, in un orgasmo costante e continuo di battiti e ispirazione, in pace finalmente col mondo.

«Ho scritto poco perché ho un’idea di scrittura radicale: senza ispirazione non scrivo. Tutto quello che devi fare è scrivere una frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci», diceva Ernest Hemingway. Ma quanto diamine è difficile scrivere una frase vera?

«Il ruolo di uno scrittore è dire quello che non riusciamo a dire», dice Anaïs Nin. Ma quanto è difficile dire ciò che non riusciamo a dire?

Di questa idea di verità parlano tutti i miei scritti, ne parlano sottotraccia, nelle piccole scelte che faccio tra una parola e l’altra o quando guardo una frase per giorni pensando di cancellarla e poi decido di tenerla. Così, in preda a questo delirio, a vent’anni ho scritto il mio primo libro, ed ecco pronto il mio sabotaggio, poi è arrivato un altro libro e l’ho tenuto solo per me.

Poi ho smesso. Nessuna storia è più venuta a cercarmi, e per me è stato un grande sollievo.

Molti anni dopo ho sentito la giovinezza lasciarmi e mi sono sentita così stupida. Ho ripreso a ritroso un libro e l’ho salvato. Ora riprendo l’altro, e lo salvo. E ora ne ho in mente un altro già da un po’, e lo salverò. Ora ne ho in mente altri – quanto sono stata scema a non averli scritti? – E mi salveranno.

La mia maestra delle elementari un giorno mi disse: «Non esiste altro modo di imparare a scrivere che leggere. Dunque, leggi, leggi, leggi». Così mi tuffai ben presto in tantissimi capolavori della letteratura, senza troppe accortezze per l’età indicata. Ho letto Goethe, Tolstoj, vari testi sui totalitarismi, e tanto altro.

In quarta elementare scrissi un tema di fantasia. La maestra ne fu talmente entusiasta che fece fare il giro della scuola; vennero da me in tanti a complimentarsi, io divenni bordeaux e decisi che la scrittura da quel momento in avanti sarebbe stata un segreto tra me e me.

Scrivevo diari, lettere, pensieri. Poi nascondevo tutto, così per anni.

Ero una bambina riservata, al limite del patologico, odiavo le attenzioni su di me, preferivo guardare il mondo da un angolo, registrare tutto, immaginare mondi che non esistevano. Venivo trascinata in un mondo a metà tra quello reale, fatto di carne, emozioni viscerali, paure ataviche, e quello fantastico, fatto di compensazioni, desideri inespressi, grandi slanci. Nella realtà perdevo continuamente occasioni, nel mondo della fantasia riparavo ogni cosa.

Pensavo spesso all’umanità, avevo grandi slanci positivi, soffrivo poco di invidia o odio, semmai più di ansia, dovuta a un eccesso di sensibilità. Le parole, i gesti, la presenza degli altri mi arrivavano quantuplicati rispetto alla percezione che ne avevano gli altri.
Avere i canali sempre aperti: un potere, da un lato, una sciagura dall’altro.

Scrivere era un modo per mettere insieme pezzi sconnessi, per riordinare qualcosa che mi sfuggiva continuamente di mano, per riparare ai miei sensi di colpa, per non riuscire a salvare il mondo, che poi è sempre solo il nostro piccolo mondo. Una giornata difficile, uno screzio con un’amica, una bugia che non avrei voluto dire, un regalo che non avevo trovato il coraggio di donare, la delusione di una maestra, la cattiveria dei bambini, il giudizio degli adulti.

Per questo, i miei primi due romanzi sono rimasti a lungo nascosti, servivano a me, ma – fuori – nessuno avrebbe potuto capire. Dovevo produrre, dovevo camminare, dovevo raggiungere obiettivi. Non vivevo in un contesto borghese dove dover ad ogni costo dimostrare di valere, no, vivevo in una realtà concreta, dove tutto è volto a un risultato, dove se lavori poi ne esce una casa, se coltivi la terra raccogli i frutti, se metti da parte i risparmi affronti le fasi calanti. Procedere e non fermarsi mai era un imperativo.

Riprendere in mano una penna, indugiare sulla visione di un prato fiorito o su un cane morente, provare a trasformare in parole i presentimenti che avevo, non era altro che un tentativo estremo di salvare l’anima, ma era una pratica da smaltire di fretta, al riparo, e da nascondere prima che qualcuno entrasse nella stanza.

Rimane in me il senso di disagio ogni volta che scrivo, ogni volta che pubblico, ma alle volte mi chiedo cosa ne sarebbe di me, senza.

Oggi, a 41 anni, credo che non sarò mai pronta a scrivere davvero, mi chiederò sempre se ci sia qualcosa da tenere per me o se l’unico modo di trovare me stessa sia proprio condividerlo col mondo, ma è proprio questo scarto, questa battaglia interiore costante, questa ricerca appassionata di un equilibrio tra la voglia di svelarmi e quella di nascondermi a rendermi questo cammino così affascinante.

Articolo della mia rubrica “La finestra sbagliata” per il blog “Un libro di emozioni” di Gino Campaner.

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