Il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara. Oriana Fallaci
L’antologia “Noi siamo l’opposizione che non si sente. Scrittori, poeti, artisti che si oppongono al disegno politico innestato sull’emergenza” curata dallo scrittore e saggista Giulio Milani ed edita con la casa editrice «Transeuropa», presenta 45 interventi brevi di scrittori, poeti, narratori, critici, docenti, musicisti, artisti e altri esponenti del mondo della cultura.
Attraverso lo sguardo di ognuno di questi interpreti, anche molto diversi fra loro, è possibile per chi legge dare forma ad un caleidoscopico scenario. Le riflessioni multiple formano immagini diverse, simmetriche o parallele, che cambiano lo scenario culturale ed emotivo in modo imprevedibile e variabile ma restano all’interno del medesimo orizzonte. Non si nega l’esistenza di una “questione sanitaria”, ma si delinea attraverso diverse lenti un possibile disegno politico degli esecutivi occidentali che su questa circostanza ha trovato il suo fondamento oppure il suo terreno di massima espressione.
Questo disegno rassomiglia ad un piano o quantomeno ad una visione, distopici: visione che — sovvertendo ogni paradigma giuridico, culturale, etico, antropologico e sociale preesistente — modifica in modo irrevocabile la relazione del cittadino con lo Stato, gli scambi tra i cittadini e tra questi e la società, l’etica e il comportamento del “buon cittadino”, il modo stesso di stare e vivere nel mondo, come corpi, sempre potenzialmente malati e quindi sempre pericolosi.
Ne discende una trasformazione irrimediabile del concetto di libertà e una cancellazione di quello di dignità umana: siamo merci, scansionabili con un QRcode, e facilmente scadiamo, con conseguente decadimento del nostro personaggio, senza rumore né scalpore. Non veniamo uccisi: semplicemente non esistiamo più nel mondo.
Non importa se tutto è stato voluto, o semplicemente è accaduto. Importa dare nuove coordinate, indossare molte lenti, riprendere a interpretare, dare voce a qualcosa che troppo a lungo non ne ha avuta.
Vissuti personali, dolori, disperazione, lucide rese e confusi nuovi inizi. Da ogni narrazione emerge il tentativo di dare parola a quello che parola non ha, di rendere vivo l’ammutolimento, di trasformare lo sgomento che ha avvolto i nostri corpi, lasciandoci soli, sofferenti, rinchiusi in questo angolo freddo e buio in attesa di qualcuno o qualcosa che ci portasse via.
Queste bocche sono voce per chi non ne ha, ma soprattutto per coloro tra noi che da questo sgomento sono stati travolti a tal punto da non riuscire più nemmeno a sentirlo.

