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Book review | I. Palomba: «Vuoto»

Book review | I. Palomba: «Vuoto»

Iris, una di noi. Il tentativo di riemergere da un’acqua profonda, il confine mellifluo tra normalità e malattia mentale, la strada che passa tra chi fa le diagnosi e chi viene “curato”.
Un’atmosfera in cui si resta sommersi, una melma scura, una lapide ormai vuota, una spada, il vuoto. Fotogrammi perfetti di un tempo che non si lascia capire, vissuti condivisi da molti, ma i più non ne hanno consapevolezza. Iris invece ne ha, e questo rende il suo dolore insopportabile, le sue difese inefficaci. Come un condannato a morte con lo sguardo attaccato sulla sabbia mobile di una clessidra, tempo che sta per scadere.

Frammentarietà, alienazione, discontinuità, addii che non iniziano e non finiscono, amori che non nascono e non muoiono, amicizie mai troppo vere e mai troppo false, genitori mai del tutto assenti e mai davvero presenti, che quasi non c’è differenza tra mettere la faccia fuori dall’acqua per non soffocare o lanciarsi nel vuoto per smettere finalmente di respirare. Tutto è privo di senso. Non c’è nemmeno modo di pensarlo, un senso, perché il vivere quotidiano è segnato da un impulso irriflessivo potentissimo: il bisogno di rifuggire qualsiasi dolore.

Il dolore però ancora più incattivito attraversa la mente e deturpa il corpo, o forse deturpa solo la percezione del corpo? L’inconsistenza corporea sfugge alla ricucitura delle parole e alle carezze delle persone, altri, percepiti come nemici da cui difendersi, rivali da invidiare, specchi deformati della propria immagine. E anche il trauma sfugge a questo tentativo di intrappolamento e nella corsa si deturpa: mentre Iris lo rincorre con la mente su concetti sempre più complessi, perle di alta letteratura e suggestioni della psiche, il trauma è sempre ad un passo dall’essere compreso, e poi, sfugge di nuovo.

Rapporti promiscui e invischianti: fidanzato – amico – collega – rivale – editore – agente – genitore – psichiatra – medico – nemico – alleato – persecutore – e così via – come in una unica tela di ragno in cui Iris e ogni suo prolungamento – libri amori sogni ricordi – resta impigliata.

Come è cambiato il modo di narrare il dolore, di fare letteratura, negli ultimi decenni? E non parlo solo di linguaggio o di struttura del romanzo, parlo di atmosfera. Impossibile raccontare il nichilismo di un’epoca con le strutture mentali dell’Ottocento e del Novecento. Iris è figlia, prodotto, sintomo, di questi nostri anni transumani. Il messaggio più vero è proprio questa impossibilità di trovare messaggi, se non per sottrazione. Ma un messaggio potentissimo per me c’è ed è questo: “quale più grande vittoria per una donna abusata scegliere di non abusare?”.
Risuona moltissimo in me. Moltissimo.

Perché oggi di fatto pur accedendo a diverse esperienze – circoli letterari, viaggi, web, convivenze, trasferimenti, dispositivi, amori, aperitivi, nuove chance – non siamo programmati per ricavarne senso? E così mi resta la cosa più preziosa che un libro può darci, una domanda.

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