Touch Communication

Margine vitale

Margine vitale

Può sembrare facile, finché non lo fai. Ho pensato questo la prima (e finora ultima) volta che ho fatto un digiuno per ragioni politiche, o meglio esistenziali. Si è trattato di appena due giorni, ma il tempo in quei casi non viene quantificato solo così. L’anima si espande, tutto inizia molto prima, quando si prende la decisione, e finisce molto dopo, quando ci si sente sazi a lungo, in modo diverso.

Questo piccolo monito mi è tornato in mente quando ho deciso di aderire all’iniziativa di non usare i social il 5 maggio. Mi ha ricordato che si può fare molto, moltissimo, sottraendosi.

La mente ci inganna su noi stessi: quante volte smettere di fumare ci sembra un gioco da ragazzi fino a che non proviamo? Magari anche stare 24h senza aprire i social nemmeno per una sbirciatina può sembrare facile fino a che non lo si fa.

Ma mi piace mettermi alla prova e così ho tentato.

Come è andata? È andata molto bene. Nessun fastidio, nessun nervosismo, un paio di automatismi bloccati in tempo, un paio di sensazioni simil malinconiche sulla possibilità di “perdere” qualcosa – un aggiornamento, una notizia, quel sempre più sfalsato senso del “momento che vola via” che ormai tutti noi abbiamo. Per il resto, le ore sono scorse meravigliosamente, e senza tutta l’immondizia che ci assale ogni giorno, ne sono uscita rasserenata.

Combatto da sempre qualsiasi forma di dipendenza, perché mi angoscia perdere grammi di libertà e perché sono convinta che siamo tanto più liberi a quante più cose siamo capaci di rinunciare.

Ho iniziato da bambina con i giochetti al computer, con i messaggini nei primi telefonini, con le prime chat, con le prime sigarette, e così via. Ho fumato a momenti alterni, prima che – a soli vent’anni – ragioni di salute me lo rendessero impossibile, ma anche allora avevo il pieno controllo: compravo un solo pacchetto e poi nulla, per mesi, e poi ancora.

Anche con i social ho fatto così, trascorrendo anche giorni, mesi, anni, senza usarli. Ho ripreso quando ho pensato di poter fare la mia piccola parte su alcuni temi, qualche anno fa, ma si tratta di uno sforzo quotidiano: l’istinto mi porterebbe altrove, all’aria aperta, sui libri, nei nuovi progetti, tra le braccia di chi amo.

Nonostante questo, ora che li uso, resta comunque una piccola parte di dipendenza. Nel mio caso funziona così: mi arriva un impulso, bello, positivo, energico, e penso di fare ciò che più mi viene naturale da sempre, scrivere. Non pubblico mai cose pensate di getto né su temi che vanno gestiti a caldo, secondo un’agenda giornaliera sempre più nevrotica. Solitamente le rivedo, rifletto, penso se sia il caso di condividerle, e così trascorrono ore o giorni. Alle volte cancello, altre pubblico; questo capita sempre.

Eppure resta un problema: quando pubblico un post, quell’impulso iniziale, a suo modo, si placa. Non saprò mai se, non facendolo, sarebbe fiorito o morto.

Voglio dire… Quante canzoni non verranno scritte, quanti libri non verranno immaginati, quante strade non tentate, perché ci illudiamo di star facendo qualcosa di utile con i nostri avatar? Quante volte un post ci fa sentire a posto con la coscienza come ci fossimo occupati realmente di qualcosa di importante che ci sta a cuore?

Ed ecco che quel piccolo giorno di disconnessione totale mi è servito a questo, a tornare ad investire quell’energia in qualcosa di più concreto e duraturo, ad avvertire meglio quella sensazione di scrivere davvero, che forse è l’opposto di quello che ci capita oggigiorno sui social.

È saper abbracciare il rischio di navigare senza risultati immediati e sicuri, scoprire qualcosa di inaspettato, lasciar emergere una storia che nemmeno chi la scrive immaginava potesse esistere e che ha ragione di palesarsi solo nella costanza, nella pazienza, nel tempo.

È saper mettere insieme pezzi di cui gli altri non sanno neppure l’esistenza, pezzi su cui mai nessuno lascerà un like o dirà la sua. È credere che scrivere abbia un proprio senso, anche se resta un atto intimo primitivo, e allo stesso tempo è rischiare davvero che qualcuno un giorno, senza garanzia alcuna, scopra quelle righe, compiendo la magia. Ma è anche sapere che seppure un giorno lontano questa connessione ci fosse, sarebbe troppo tardi: il rischio, l’avventura, il dolore, la fatica dello scrivere, sarebbero ormai tutte dietro le spalle. La scrittura è un rischioso e vitale atto di solitudine.

Ecco, è in questa riduzione del rischio personale e del margine vitale, per me, il pericolo maggiore della dipendenza quotidiana dai social. Voglio tornare a rischiare, e a vivere.

Per questo proseguirò, scegliendo un giorno a settimana di disintossicazione totale dai social. E sono sicura che da tutto questo nascerà qualcosa di nuovo. Del resto, tutto ciò che creiamo viene dal vuoto, dal silenzio, dalla paura, dalla solitudine.

Allo stesso tempo vivere quella giornata insieme ad altre persone, ha reso più magico quel momento. È possibile comunicare nel silenzio, come pellegrini sotto un cielo amaranto, che camminano sulla stessa strada e non sapranno mai da dove vengono né dove sono diretti. Ma sono lì insieme, a condividere strade e stelle, battiti e sudore, la fame, il freddo o l’odore del vento.

È questa l’unica condivisione che sento mia, quella che non si fa gregge, che non annulla l’individuo, anzi, lo rinforza, per uno scopo comune.

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