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Book review | S. King: «Misery»

Book review | S. King: «Misery»

Non avevo mai letto nulla di Stephen King, perché ho sempre pensato che il suo non fosse il mio genere, ma poi alla fine siamo sicuri che questo sia “quel” genere, e soprattutto che abbia davvero senso parlare di generi?

Misery parla di psiche, malattia mentale, rapporti di forza, autodeterminazione, paure ancestrali, fobie, solitudine, depravazione, corruzione, impotenza. Ma parla anche di scrittura, una scrittura come metodo, come ossessione, come ipotesi di successo, come occasione di morte e come salvezza.

In questo romanzo, King, attraverso il suo protagonista, uno scrittore affermato che viene a trovarsi in un gran brutto guaio, sequestrato da una criminale psicopatica, si interroga sull’equilibrio sottile tra cosa si aspetta il lettore e cosa desidera davvero chi scrive: compiacere gli altri, affermare se stesso, tradire gli altri, tradire se stesso? Comunicare o essere incompreso? Essere visto o morire invisibile tra gli invisibili, imprigionato dentro una casa isolata dal mondo, come un topo di cantina, come un matto qualunque?

E ancora: scrivere come atto estremo di affermazione o come resa. Ma anche il successo nel suo doppio volto: esso gratifica l’ego e il portafogli ma abbassa l’autostima, sia perché non di rado ciò che ha successo subisce anche le più radicali critiche e non ha dalla sua la possibilità di illudersi che le cose sarebbero potute andare diversamente – perché di fatto sono appunto già andate – sia perché nel cammino di successo scatta sempre quel momento in cui si avverte una pressione, un’aspettativa, o addirittura si incunea nel processo narrativo una tempistica, una richiesta… E scrivere su commissione può ancora essere considerato scrivere? Che fine fa l’ispirazione e qual è il ruolo del talento in tutto questo?

Si tratta di un romanzo di grande forza narrativa. Vi dico solo che in un paio di punti ho notato una possibile disattenzione, ma subito dopo l’autore mi ha risposto. È stato strano, mi ha quasi ‘richiamato’, come a dirmi: “pensavi davvero che potessi essermi sbagliato?”. La sensazione è stata che avesse costruito la scena affinché il lettore avesse il dubbio e poi la risposta.

Una sensazione simile l’ho avuta più avanti. Di solito leggo poche pagine al giorno, in momenti precisi, prima di essere assorbita da tutte le cose da fare. Ma ad un certo punto è cambiato qualcosa. Mi sono dilungata nella lettura, ignorando quella vocina interiore che mi sgridava ricordandomi le cose da fare con urgenza.

Proprio allora, il personaggio principale della storia, che come dicevo è uno scrittore, ha iniziato a raccontare di quando ogni suo lettore inizia ad avere nei confronti delle sue storie una vera e propria ossessione, lasciando tutto il resto fermo, in sospeso. Di nuovo, mi è sembrata molto più di una coincidenza, come se l’autore sapesse che ci si trovava in quella parte del libro in cui al lettore accade esattamente questo, e in qualche modo sentiva anche la necessità di dirgli: “è appena accaduto anche a te, non è vero?”. Insomma, è stato strano.

È quasi più inquietante questo, della storia in sé, un po’ come trovarsi il serial killer che ci fissa nella doccia con gli occhi sbarrati e la faccia senza espressione.

Per il resto non l’ho trovato molto spaventoso. Per me, anche limitandosi alla trama, è più la storia intima di una malattia mentale e di una paura ancestrale che si specchiano, che una storia horror.

In effetti le nostre paure si radicano nella perdita del controllo, nel disfacimento del senso, di cui la malattia mentale e le dipendenze sono la massima espressione.

Ma io non faccio testo: mi tranquillizzano le cose che spaventano gli altri, mi angoscia invece parecchio ciò che viene ad ogni costo spacciato per normalità. Sostanzialmente perché, per quanto possano sembrare inverosimili alcune storie drammatiche, le famiglie o le storie normali, mi appaiono ancora più false.

In fondo, la psicopatica che tiene lo scrittore sequestrato è ad un tempo un alter ego dell’autore e un altro volto di noi stessi.

Siamo onesti, quanto è precario il freno che ci impedisce di fuoriuscire dalla nostra vita regolare e di precipitare nella versione folle, impacciata e depravata, di noi stessi?

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