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Uscita di sicurezza

Uscita di sicurezza

È stata dura non commentare, quando, proprio nella notte in cui è iniziata la mia consueta pausa dai social, gli Usa hanno attaccato L’Iran e dunque noi, che siamo solo il suo – sempre più fragile – zerbino, ci sentiamo più coinvolti in questo conflitto mondiale sempre più diffuso e sempre più cocente.

Sapevo che sarebbe accaduto, solo perché poggio le mie incertezze sulle analisi di persone che nel tempo ho selezionato e valutato, e delle cui capacità geopolitiche e storiche posso fidarmi. Come Eva Milan ha più volte spiegato (a proposito, se non lo avete già fatto, leggetela!) questa mossa è sull’agenda da 25 anni. Rimando ai suoi post per una comprensione migliore… perché purtroppo analisi di questo livello hanno solo questo spazio. Le nostre tv, i nostri giornali, sono troppo impegnati ad ospitare chi si presta a diffondere informazioni distorte, propaganda, veri e propri nonsense sul piano logico, come ad esempio, il fatto che un italiano su due non vede l’ora di andare in guerra, oppure che ora grazie a questa guerra la pace è più vicina. Quest’ultima è una frase di una tale stupidità, e allo stesso tempo – dal momento che viene calata dall’alto, da menti tutt’altro che sciocche – di una tale arroganza e volgarità, che ogni commento è inutile.

Come sappiamo ogni guerra ha il suo pretesto, la sua miccia storica e le sue ceneri. Questa guerra che interessa ormai l’intero pianeta la invochiamo, temiamo, scongiuriamo da tempo, ma è chiaramente già qui da un pezzo. Chi sa cosa scriveranno sui libri di storia fra molto tempo, forse che nacque con un volatile infetto che volò via da un centro di ricerca in Cina…

Eravamo in guerra quando per una malattia infettiva sono state usate parole come: coprifuoco, siamo in guerra, staniamoli uno ad uno, portiamoli sui vagoni come gli ebrei, non invitateli alle cene, se mi capita sotto mano sai l’ago quante volte glielo faccio girare nel braccio.
E non parlo di qualche disadattato incontrato per strada, no, parlo di giornalisti, politici, medici, conduttori televisivi, opinionisti, insegnanti e così via.

Eravamo in guerra quando gente di questa democratica Italia è stata lasciata senza stipendio, senza accesso a negozi per la cura personale e per il vestiario dei propri figli, fuori dai ritrovi, dai ristoranti, dai mezzi pubblici, dagli ospedali. In condizioni dunque peggiori di quelle in cui hanno vissuto gli ebrei nei cinque anni che hanno preceduto la deportazione, dal momento che essi avevano accesso a negozi, scuole e mezzi pubblici per soli ebrei. (Nota bene: era chiaramente una oscenità).

Eravamo in guerra quando la benzina, i beni di prima necessità, le utenze – in mano a una cricca di criminali autorizzati – sono andati alle stelle, di fatto mettendo fuori gioco moltissime persone e famiglie.
Eravamo in guerra quando gli ospedali si sono tramutati in lager senza pietà, dove i pazienti vengono sequestrati e maltrattati e i parenti tenuti sempre più lontani.
Eravamo in guerra quando ai giovani è stata tolta ogni ipotesi di futuro, la conoscenza della propria lingua, l’idea stessa di logica, di senso, di valore.

Eravamo in guerra quando hanno iniziato ad offrirci solo due opzioni per ogni situazione: in una ci siamo noi, nell’altra i nostri nemici.

Eravamo in guerra quando la scuola è stata distrutta, soppiantata da punti, programmi, orari, scadenze, giornate tematiche di ogni sorta di cui mai viene spiegato il senso ai bambini.

Quando ai bambini è stato negato il volto di chi li accudisce, il sorriso, l’abbraccio. Quando è stato possibile immaginare di punire qualcuno perché ballava, rideva, usciva a fare una passeggiata, amava. Quando la diffidenza, la paura, il distacco dall’altro – possibile untore, possibile competitor, possibile nemico – sono diventati valori civici.

Ma da questa guerra io, nonostante tutto, vedo la mia piccola via di uscita. Non farmi soverchiare dalla paura e dall’ansia, continuare a percepire l’irripetibilità e la sacralità di ogni attimo di questa vita, in cui ci è dato ancora stringerla a noi.

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