Perché faccio questa lettura del diario di Anna Frank proprio ora che la situazione geopolitica è così calda e complessa da rischiare di essere fraintesa?
Beh, il rischio a parlare di Olocausto c’è sempre, se lo si fa in modo diverso dai canoni imposti dall’alto.
Si viene fraintesi quando si parla dell’accaduto nei campi di concentramento in modo dinamico, non solo tributando alle vittime il rispetto e il ricordo che meritano, ma anche tenendo a monito quanto accaduto per comprendere la realtà presente, anche quando non si arriva ancora all’atto finale più brutale dello sterminio dei corpi, ma ci si avvia per lande pericolose, iniziando quel lungo processo di disumanizzazione di un gruppo di persone (per etnia, per religione, per modi di essere) che porta a creare l’algoritmo delle “non – persone” e a svuotarle di dignità, rispetto, diritti.
Non si è giunti alla deportazione in un giorno, ma dopo diversi anni. Anni in cui tutto l’apparato politico e mediatico, e l’élite culturale e intellettuale – in testa la categoria medica – ha lavorato assiduamente affinché si ottenesse questa disumanizzazione.
Al punto che poi è stato possibile entrare nelle case, deportare interi nuclei familiari, anziani e bambini, mentre i vicini di casa, i parenti e i colleghi con cui fino a poco tempo prima si girava insieme in biciletta e si facevano feste di compleanno, non solo non si sono opposti ma spesso hanno gridato a gran voce “Sì portateli via questi sporchi ebrei!”.
Ebbene, io non credo al male di un dittatore, né al male degli Stati. Io credo al male che abita dentro di noi. Ed è dura da accettare, ma è davvero tanto. Quel male non è altro che la nostra seduzione per il potere e la nostra rabbiosa paura di essere al mondo, e di morire. Quel male trova occasione di proliferare in un terreno propizio, per cui ad esempio una persona apparentemente normale dimostra di essere mostruosa se al servizio di un regime sanguinario – ma questa pulsione origina altrove. Nell’assenza di pace interiore. Chiamatelo spirito, fede, Dio, senso della sacralità della vita, come volete.
Tra uccidere e uccidersi intercorre poca distanza: i due impulsi hanno in comune il nostro timore di stare al mondo, come neonati di colpo privati del seno materno, che sfogano il loro pianto rabbioso verso l’esterno.
Oggi Israele si sta macchiando di un crimine altrettanto oscuro e sta, di fatto, annientando un popolo: ne uccide il futuro, massacrando i bambini; ne impedisce le testimonianze, annullando la rete internet e uccidendo i giornalisti e i fotografi; ne mortifica la dignità umana, deridendolo, sfiancandolo, intrappolandolo.
Io penso invece che dell’Olocausto si debba parlare, non tenerlo come simulacro intoccabile, cosa che finora ha dimostrato di servire solo al potere. No! Per me l’olocausto è cosa viva!
Io ho pianto sulle pagine di questo diario. Avevo solo 10 anni quando fui sconvolta all’idea che Anna non avesse potuto concludere questo scritto, che fosse stata deportata, e lasciata morire di stenti e di malattia. Piansi quando seppi che solo quindici fottuti quindici giorni dopo la sua morte il campo di concentramento di Bergen Belsen sarebbe stato liberato.
Ma ebbi un moto di orgoglio quando pensai alla magia del destino, al ritrovamento di questo documento prezioso. Quando capii che Anna sarebbe stata dimenticata come tanti altri, se questo diario non fosse passato inosservato allo sguardo indemoniato dei membri della polizia tedesca che entrarono in quel nascondiglio segreto facendo razzia di tutto e portando via molte cose. Non questo piccolo prezioso libro. Che buffo, pensai allora, non hanno preso l’unica cosa di valore che era lì dentro. Dopo le persone naturalmente.
Ma poi crescendo ho capito che la motivazione di questa distrazione è da cercarsi altrove: quando perdiamo l’anima, come era capitato a quei soldati, non riusciamo più nemmeno a immaginare che possa esistere tanta luce.

