Touch Communication

Book review | V. Nabokov: «Lolita»

Book review | V. Nabokov: «Lolita»

Lolita. Volevo leggerlo da tanto. Ho capito dalle prime battute di trovarmi davanti a un grandissimo romanziere. Ho avuto continuamente l’impressione di perdermi, di volare tra i concetti necessari allo sviluppo della trama e le immagini evocate. Di essere portata “altrove”, di non riuscire ad afferrare il tutto. È in quella sfuggevolezza per me il senso di un’opera riuscita.
Il libro ha scatenato e scatena ancora tante polemiche. Scritto negli anni ’50 da Vladimir Vladimirovič Nabokov, sviluppa meglio un nocciolo già trattato in un racconto degli anni ’40. Non può essere considerato un libro erotico; non ci sono mai scene di sesso (meno che in un qualsiasi altro romanzo), ma fa scalpore perché parla di ciò che in ogni società resta all’oscuro: le nostre perversioni, le nostre oscurità, la nostra fragilità. Negli anni ’50 era forse ancora più difficile, ma non credo che oggi sia molto diverso. La nostra è una società fintamente aperta, l’accento che poniamo alla violenza intima e agli abusi è molto limitata, bigotta, parziale. La realtà è molto più complessa, il legame particolare tra persone abusanti e vittime legati da un vincolo parentale o sentimentale è pieno di ombre e di luci, di odio e tenerezza.
Humbert Humbert viene dipinto come una persona comune, in tutta la sua umana mostruosità. La storia viene narrata dal suo punto di vista e non sempre è possibile capire se le scene accadute, le frasi riferite, le percezioni, siano reali oppure frutto dei suoi sensi di colpa, della sua perversione, delle sue enormi paure.
Lolita è una piccola ragazzina di cui si scorgono lembi di corpo, come gambe, mani, sorriso, braccia, e specifici movimenti (dondolarsi su una sedia, urtare con il piede sugli oggetti facendoli cadere, masticare in modo scomposto) e del cui carattere si sa poco, fatta salva una certa leggerezza ed insolenza. E poi di tanto in tanto arrivano lampi nitidi della sua bellezza complessiva, della sua sprotezione (“non aveva altro posto dove andare”), persino momenti di empatia in cui ci viene restituita la sua sofferenza (“quello che il mondo aveva preparato per lei”) e consapevolezze fugaci di una sua profondità, profonditá che Humbert, mentre la aveva con sé, non ha potuto considerare vera.
Lolita è la vittima. Humbert è il carnefice. Ma non c’è carnefice che non abbia amato almeno un po’ e non c’è vittima che non abbia odiato. “Il resto è letteratura”.
“…Prendo la decisione che segue con tutta la forza e il sostegno legali di un testamento firmato: desidero che queste memorie vengano pubblicate solo quando Lolita non sarà più in vita. Così, nessuno di noi due sarà vivo quando il lettore aprirà questo libro. Ma mentre il sangue pulsa ancora nella mano che uso per scrivere, tu sei parte della benedetta materia quanto lo sono io, e posso ancora parlarti da qui all’Alaska. Sii fedele al tuo Dick. Non lasciarti toccare dagli altri. Non parlare con gli sconosciuti. Spero che vorrai bene al tuo bambino. Spero che sarà un maschio. Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene, altrimenti il mio spettro si avventerà su di lui come fumo nero, come un gigante forsennato, e lo dilanierà nervo per nervo. E non commuoverti per la sorte di C.Q. Si doveva scegliere fra lui e H.H. e si doveva lasciar esistere H.H. per un altro paio di mesi almeno, in modo che egli potesse farti vivere nella coscienza delle generazioni successive. Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.”

Torna in alto