Touch Communication

Comunicare

Comunicare

In un Paese volgare e quasi arcigno come il nostro il tema della comunicazione è molto sottovalutato. Sui posti di lavoro, per strada, negli uffici pubblici, nelle relazioni, sui social, oscilliamo tra l’aggredire, sconfinando nel bullismo, e lo stare zitti, scadendo nella compiacenza.

I miei studi classici non mi hanno certo aiutata a fare la bella vita, a trovare la cosiddetta posizione sociale, ma sicuramente mi aiutano a riflettere su alcune “massime di vita”, intuite e trasmesse nella loro pienezza molto prima che i recenti orientamenti culturali potessero snaturarne i sensi. Tra queste, l’idea che occorra imparare a gestire le proprie emozioni, anziché re-agire.

È un esercizio difficile ma ogni volta che sto per dire qualcosa sotto l’effetto superficiale di un moto d’ira o del semplice scazzo cerco di riflettere bene su cosa voglio ottenere, comunicando.

Pur dicendo cose giuste, dirle male produce l’unico effetto di distruggere – energia, propositi, reazioni altrui, realtà – tutto insomma viene minorato da quella negatività.

Se alla stessa polemica si aggiunge una riflessione pacata, qualche obiettivo preciso, uno scopo benefico, che tutti possano avvertire come tale, una tensione al bene e a fare meglio, il risultato sarà invece quello di edificare.

Così si riesce persino a fare critiche più precise pesanti e stringenti, a loro modo serie, ma dopo averle fatte si avverte di aver agito bene, di stare nel giusto. Io personalmente quando ci riesco mi sento meglio.

Lo faccio perché penso che questo mondo faccia schifo e ci faccia così tanto schifo perché i nostri comportamenti sono intollerabili, fastidiosi, ottusi.

E perché non posso, passo dopo passo, che partire da me. Senza questo cambiamento intimo e profondo pensare di cambiare gli altri o il mondo è solo una facile illusione in cui restare intrappolati.

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