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Rosanna in vestito bianco

Conflitto uomo-donna | Un assetto demoniaco

Siamo tutti immersi in una guerra psichica tra uomo e donna, una guerra a mio avviso non casuale, ma frutto di una precisa scelta, una scelta diabolica (dal greco il diavolo è “colui che divide”). Non basta dividerci in schieramenti simil culturali, no, l’attacco frontale, l’ultimo, è quello che ci divide nella nostra entità biologica. Noi siamo uomo e donna. Sempre. Distruggere questa ricerca naturale, abortirne il frutto, sradicarne il desiderio, come mai prima d’ora era accaduto, è demoniaco. E lo dobbiamo dire!
Come sempre accade, ogni riflessione può avere più livelli. Questa è la società perfetta per ribaltarli, per creare confusione, per manipolare; del resto il contrario della perversione è la chiarezza. Per questo si confondono le acque, si addita chiunque rivendichi questo sodalizio ancestrale, naturale, sacro, come custode di un’antica morale malata, come esponente più o meno consapevole di un assetto di società patriarcale.
Non ci sto.
Dire ciò che dico non significherà mai prendere le parti di uomini violenti o manipolatori maligni, no! Ogni cosa significa ciò che significa. Distorcere il linguaggio, non riconoscergli la sua valenza primigenia è diabolico.
Semplicemente io credo che si possa – si debba per diamine! – affrontare questo tema uscendo dalla lente distorta del conflitto di genere, uomo – donna che è assolutamente forviante, e ricollocando la riflessione, il dialogo, nel terreno delle azioni violente. Solo dopo aver fatto questo passaggio – mentale, emotivo, psichico – dovuto, si potranno fare tutte le altre analisi, anche di/sul genere, sul tipo di società, eccetera, non prima.
Mi rifiuto di pensare che la donna sia inferiore all’uomo, ma allo stesso modo mi rifiuto di credere che la donna sia superiore. Mi rifiuto di abbracciare questa concezione di un uomo limitato, violento, da tenere a bada, da addomesticare. E mi rifiuto di accogliere come vincente questa donna volgare, prepotente e fiera di esserlo, in ragione di un antico torto, di un radicato e ancestrale sopruso. No, non ci sto. Non è questa la forza. Non può essere questo il nostro riscatto.
Queste classifiche di bravi e cattivi sono prodotto di una ideologia dell’odio che ha profanato le nostre teste e abbattuto le nostre case.
Il perché queste strategie attecchiscano è semplice nella sua crudeltà: abbiamo paura della violenza, del male, perciò è consolatorio, per tutti, relegarlo dentro un’etichetta, un gruppo di persone, una categoria, un altro da sé. Lo è così tanto che come prima era possibile trovare donne convinte che i soprusi degli uomini fossero giusti, ora abbiamo uomini convinti di dover annuire e sorridere davanti ai soprusi sempre più palesi, ostentati e volgari di una società che al maschilismo tossico intende affiancare un femminile ridicolo, sterile e violento. Così rendendoci di nuovo vittime, stavolta inconsapevoli, vittime di noi stesse!
Ma uscire da questi schemi, tornare a guardarci – uomo e donna – maschile e femminile – come parti di una stessa dimensione di vita senza la quale la vita non riproduce se stessa, non solo a livello fisico ma anche a livello psichico! – è ciò che realmente tutti noi desideriamo.
E non parlo di cultura, no, io parlo di biologia, parlo di psiche, parlo di vita.
Voi mi direte: vallo a dire a una persona che ha subìto violenza. E io vi rispondo che sì, io desidero dirlo proprio a quella persona, perché nessuno più di quella persona ha bisogno di credere che una via di uscita ci sia e che qualcosa di diverso possa esistere.
E allora diciamolo, perché qualcosa di diverso esiste.

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