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Il coraggio di fallire

Il coraggio di fallire

Una volta, dopo l’ennesima delusione, una persona mi disse «trovati qualcuno che ti faccia stare bene». Mi arrivò come una coltellata: tutto ciò che mi accadeva dipendeva da me; era questo il sottotesto. «Se sorridi la vita ti sorride», dicono. Io non lo so se è vero, ma so che non è sempre possibile sorridere.

Alle volte chi sta bene guarda con aria di sufficienza chi sta male, chi ha soldi diffida del povero, chi ha trovato l’amore guarda con sospetto chi passa da un disastro sentimentale all’altro. Vogliamo allontanare ciò che ci spaventa, come in uno strano rito propiziatorio?

Insomma, guardavo in faccia i miei trent’anni e non avevo niente. Nessun racconto da proporre durante l’aperitivo, nessun traguardo da sfoggiare in uno dei consueti teatrini moderni del «va tutto bene, ho un nuovo lavoro, le cose iniziano a girare», nessuna voglia di fingere ciò che non ero.
E mai qualcuno che parlasse di un lavoro senza retribuzione, di un amore mancato, tradito, di un equilibrio fasullo mantenuto ad un prezzo altissimo, come ad esempio il non avere né autonomia né indipendenza. E tanto altro ancora.
Io invece chiamavo disastri i disastri; più che altro mi limitavo a raccontare ogni cosa nella sua banalità.
Se per un lavoro si spende più di quanto si guadagna come chiamarlo lavoro? Se per un amore si soffre e si sopporta più di quanto non si riceva, che senso ha fingere con se stessi e col mondo che non sia così? Se a trent’anni non si ha una propria autonomia, come continuare a fingere che tutto sia normale, che il tempo da quando si era liceali non sia mai passato? Come riuscire a respirare aria pura in questa centrifuga di adolescenti privati di tutto, persino di adolescenza, perché castrati nel crescere?
Non so se ero più ingenua o più affezionata alla mia verità per potermi tradire. Fatto sta che raccontavo tutto senza accorgimenti, senza omissioni, senza edulcorazioni. I più mi guardavano con sospetto, come si guarda un animale raro, persino vagamente pericoloso.

Poi un pomeriggio lei, poggiandomi addosso uno sguardo di amore e ammirazione, mi dice: «Cazzo tesò, sei incredibile! Ma dove trovi questo coraggio…».

Mi guardo intorno mentre piango e dagli occhi appannati vedo a mala pena il mio piccolo trolley. Eravamo sedute ai tavoli di un bar, alla stazione Termini. Stavo per andarmene dopo un decennio e lasciare tutto. Sì, perché avevo perso tutto.
«Ma che dici, ti sto raccontando ogni mio cazzo di fallimento! Non vedi che non ho più niente?».
E lei: «No, tu stai facendo una rivoluzione!».
Non le dissi più niente, ma tenni quella frase a lungo con me. La stimavo troppo per poter pensare che l’avesse buttata lì a caso.
Ho capito da poco cosa intendesse: non era vero che non avessi niente, avevo proprio il coraggio di fallire.
Ogni cosa buona che ho edificato da allora, buona nel senso di autentica e reale, ha in quel terreno la sua radice.

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