Ieri sera ho fatto un viaggio della memoria, sono sempre di più le persone che mi chiedono se ci sia qualcosa di autobiografico nel mio ultimo romanzo, soprattutto sulla cosa più scabrosa, il Mama. Un luogo intimo, un vicolo putriscente della periferia di Roma, due giovani amiche, l’intimità più cruda, la dolcezza più feroce.
Torno indietro nel tempo. Ho 24 anni e sono schiacciata come una sardina sul 558, dopo averlo atteso 45 minuti. Mi dirigo verso quell’orribile edificio grigio che avrebbe schiacciato i miei migliori anni dandomi in cambio un certificato di ottundimento chiamato laurea, un edificio freddo e sciatto, ex sede della banda della Magliana. Mentre lo guardo da lontano provo ad immaginare quel caos, quella violenza, quando accadeva l’indicibile ma almeno accadeva qualcosa. Ora tutto era stato ripulito, per accogliere in comode sedie completi ben stirati, per nascondere il male di vivere dietro l’ultimo trenta e lode, con lode al professore e l’acquisto garantito del suo ultimo libro. Eppure mai che vi sia risorto un fiore, mai che ci sia stato regalato un sorriso. Tutto va conquistato nella società a punti, anche la felicità.
Mi dissocio da quel grigiore sfacciato e penso ossessivamente a quell’articolo che avevo letto in un bar mentre ingoiavo il mio mocaccino. Ancora un altro caso, ancora altre bambine: baby squillo, così le chiamavano coloro che hanno il potere di attribuire nomi. Come cambiano le cose non appena le nominiamo!
Dalla soglia della mia camera, così lontana da quel posto immaginario, cullata dal respiro delle mie figlie, vado alla ricerca di quello stesso articolo.
Non lo trovo, ma ne trovo altri. Una di quelle ragazzine appesa al chiodo dello scandalo, intervistata, dice: “L’ho fatto un po’ per soldi, un po’ come sfida. Avevo solo 15 anni, ero ingenua”. Penso che anche le due protagoniste del mio romanzo, Viola ed Elettra, iniziano la loro attività nel Mama per gioco, e per sfida.
Continuo a leggere. I giornalisti, per rispetto, danno a questa ragazzina un nome di fantasia, Marilù. Aspetta, che buffo, ho chiamato così la sorella minore di Elettra. Sì, proprio Marilù, Mariluna Grieco. Non è un nome comune, non può essere un caso. Ma l’articolo è del 2016, mentre io ho scritto il mio romanzo tra il 2008 e il 2010. Non ricordo più nemmeno se ho modificato il nome in seguito, se prima lei si chiamasse Adelaide, per esempio. Non ricordo nulla, ma ricordo benissimo che non era quella l’atmosfera evocata nel mio romanzo. Niente magnaccia, nessun potente, nessuna “Roma bene”, nessun attico da 300 mq, nessun potere. Se non un potere per negazione, per sottrazione, per amore. Semmai nella mia storia c’è l’abbandono radicale di ogni recita, la perdita di ogni controllo, la conquista di un ultimo perimetro di autenticità. Intimità assoluta, specchio infranto, sguardo.
Mentre faccio ricerca sul web trovo diverse serie TV, oggi viene affrontato anche così il tema. Non ce la faccio a guardarle, così come non ce la farei ora che sono donna e sono madre a scrivere una storia così. Non ho ancora capito se sia un bene o un male. So solo che non si scrivono più le cose che vengono a cercarci a vent’anni.

