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Intervista di F. Iuliano: dentro il romanzo di Rosanna Pierleoni

Intervista di F. Iuliano: dentro il romanzo di Rosanna Pierleoni

Un coltello, una scatola piena di lettere, una corsa in ospedale nella notte. Lo specchio degli occhi tuoi (Il cielo capovolto edizioni) parte così ma non aspettatevi il solito giallo: Rosanna Pierleoni ambienta la storia in una Roma segnata dallo scandalo delle ragazze – spesso adolescenti – coinvolte in giri di prostituzione. Le protagoniste danno vita al Mama, un locale-club che diventa spazio emotivo e professionale dove si regolano incontri – anche a pagamento – seguendo un codice condiviso. Non pornografia, ma un equilibrio instabile tra libertà e sopravvivenza, tra scelta e condizionamento.

L’autrice spinge la scrittura al limite, mescolando eros, traumi e poesia, per raccontare due donne – Viola ed Elettra – che si scelgono nel caos e provano a salvarsi a vicenda. Un romanzo denso, carnale, scritto con una precisione chirurgica. Pierleoni scrive come si danza nel buio: a occhi chiusi, seguendo il ritmo del cuore. Lo specchio degli occhi tuoi prende a schiaffi la superficie per andare a fondo. Tutto sa di vita, sensualità, dolore. Elettra e Viola sono carne viva, contraddizioni allo specchio, identità in bilico.

Il lettore viene trascinato dentro una narrazione che si apre, pagina dopo pagina, in un canto polifonico su amicizia, desiderio e memoria. La scrittura è viscerale, ritmata da frasi brevi come respiri affannosi, immagini che si attaccano alla pelle. E tra queste correnti affiorano frammenti poetici, lettere, simboli: come la scatola, custode di un tempo sospeso e di una verità che solo la scrittura può decifrare. Il Mama – rifugio e altare – si fa manifesto esistenziale: spazio dove i corpi si sfiorano, le anime si parlano, e l’amore tenta di rinascere sotto nuove forme, senza maschere. Ma anche qui il passato bussa alla porta. Perché il romanzo di Pierleoni è, in fondo, una lunga lettera al tempo: quello che ferisce, ma che sa anche ricucire.

È da qui che cominciamo. Da questa scrittura torrenziale e lucida, per farci raccontare direttamente dall’autrice come nasce una storia che somiglia tanto alla vita, con le sue cascate, i suoi vortici e le sue piccole, improvvise resurrezioni.

Pierleoni spiega che l’urgenza di raccontare temi forti come la prostituzione giovanile, le relazioni tossiche e il narcisismo nasce da un impulso irrefrenabile. “Di fatto, si è trattato di un’urgenza. Non ho fatto una scelta, ho solamente seguito la strada che mi indicava la mia ispirazione. Ho scritto questo romanzo a 25 anni, all’epoca mi trovavo a Roma come studentessa fuori sede. L’atmosfera generale era affascinante ma allo stesso tempo alienante. I personaggi si sono palesati a me con i loro pregi e con i loro tanti vizi, tra cui una tendenza narcisistica molto spiccata. Credo di aver semplicemente riflesso lo spirito del nostro tempo, qualcosa in cui ognuno di noi può facilmente ritrovarsi: relazioni precarie e sempre più malate, la difficoltà di riconoscersi nello sguardo dell’altro. Gli occhi come specchi, specchi che a volte si rompono”.

Quanto c’è di autobiografico nei percorsi di Viola ed Elettra? “Niente, e allo stesso tempo tutto. Non ho vissuto nessuna delle cose che succedono a Viola ed Elettra. Penso alla loro attività, il Mama, dove le due amiche accolgono uomini in cambio di doni, penso ad alcuni aspetti psicopatologici o criminali, nonché alle loro scelte finali. Ma allo stesso tempo ogni giornata che loro vivono è stata da me vissuta. Ho semplicemente trasformato persone ed eventi reali, mantenendo l’atmosfera e le emozioni intatte, e creando così personaggi e avvenimenti fantasmatici”.

Il libro si apre con una scena da thriller: un coltello, un ospedale, un delitto. Perché scegliere un incipit così forte? “È stato un primo atto di rottura, soprattutto intimo. Ho capito che a questa storia dovevo dare tutto, senza riserve. In quella scena ho condensato pulsioni, fantasie, desideri rimossi. Il resto non mi avrebbe più trovata impreparata, né vile. L’ispirazione non basta, occorre anche il coraggio”.

Il tempo è un elemento centrale nella narrazione, che si muove tra i primi anni Duemila e un arco di vita più ampio. “Il tempo che va dalla prima parte – che non a caso si chiama ‘la linea del tempo’ – all’ultima sezione – che si chiama ‘un figlio’ – è tantissimo. Sono diversi decenni. Eppure la prima e l’ultima scena si toccano fino quasi a combaciare, come accadessero all’unisono. È quello che ci capita quando sogniamo o quando amiamo o quando perdiamo una persona cara. All’improvviso il tempo si accorcia fino a svanire o si dilata verso l’infinito; eventi passati e presenti, futuri e futuribili, diventano un’unica manifestazione della nostra vita e del tempo”.

Intervista di F. Iuliano: dentro il romanzo di Rosanna Pierleoni

Nel romanzo compare anche un’opera pittorica originale, Seduzione distruttiva, firmata da Antonio Zenadocchio. Quanto conta, secondo Pierleoni, il dialogo tra arte visiva e narrativa? “Ho immaginato questa storia sin dall’inizio come una somma di queste due arti. I personaggi sono usciti da pennellate di colore, li ho immaginati parlare, ballare, ridere, fare l’amore, fuggire, tradire, ferire, fallire, ricominciare. Queste immagini vivide mi hanno travolta, facendomi fermare per strada mentre guidavo o alzare dal letto mentre dormivo, e io le ho trasformate in parole. Il romanzo è un continuo omaggio alla fotografia e alla pittura. C’è una scena chiave in cui le due protagoniste vengono ritratte da un artista affermato della Città Eterna, Germano, e si fanno l’un l’altra una promessa che le legherà per sempre. Ho tenuto questo libro per 15 anni nel cassetto; quando poi ho deciso di pubblicarlo ho desiderato che la copertina ospitasse il ritratto di un pittore. Antonio Zenadocchio ha realizzato il dipinto Seduzione distruttiva ispirandosi al mio romanzo. È la chiusura perfetta di un cerchio altrimenti imperfetto”.

C’è un passaggio del libro a cui l’autrice è particolarmente legata? “È molto difficile per me scegliere un punto in particolare. Quando una casa editrice mi ha chiesto di diminuire il numero di pagine per ragioni di mercato, ho rifiutato. Non me la sentivo di togliere nulla ad una storia che mi era stata consegnata in questo modo. Però una parte c’è: la voce narrante, un cantastorie che cammina sotto il cielo dell’Africa e, accompagnato da un carretto pieno di oggetti, lettere, fotografie appartenute a Viola ed Elettra, racconta la storia delle due ragazze ai passanti. Per anni mi sono chiesta cosa stessi trasmettendo agli altri con questa storia. Sentivo una grande responsabilità, perché si tratta di una storia tragica. Poi è arrivato questo personaggio e ha cambiato le sorti del romanzo, cucendo quel filo di speranza capace di cambiare l’intera prospettiva, e dandomi finalmente il messaggio che attendevo. Oggi non potrei mai rinunciare all’ultima parte, quella in cui si comprende chi sia questa persona e quale sia il senso del suo narrare”.

Misi in vendita tutte le case della nostra esistenza terrena, la casa di Parigi, quella di Macerata e quella di Roma, regalai oggetti e vestiario ad alcune famiglie dello stesso quartiere in cui era nato quel mostro nel cuore periferico della Città Eterna, prossimi ostaggi dei mostri verdi, famiglie normali, famiglie. Così mi avviai verso una nuova vita, scelsi un lavoro che salvasse le vite, ne salvasse molte. Ne dovevo salvare due. Aiutaci. (Mamma). [Lo specchio degli occhi tuoi, Cap. XVI, Un figlio]

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