Perché continuo a parlare di politica e attualità?
Non perché pensi che la mia opinione valga poi così tanto, ma perché semplicemente non riesco a considerarmi una scrittrice se mi limito a parlare dei miei scritti, delle mie presentazioni o dei miei gatti.
Chi si occupa di arte o cultura, a mio avviso, ha il dovere di offrire il proprio sguardo a chi vive e lavora in altri ambiti.
Questo significa però sporcarsi le mani, uscire dai percorsi comodi, rinunciare alle conferme.
Significa fare i conti ogni giorno con i propri limiti e, spesso, con l’impossibilità di essere capiti o di ottenere grandi consensi.
Mai come oggi, poi, si fa fatica a parlare senza scivolare in quello che io chiamo “politichese”: quel tono finto, neutro, educato ma vuoto, che serve solo a vendere qualcosa – un libro, un’idea, un posto nel gruppo.
Siamo diventati tutti esperti nel fare questo perché tutti, in fondo, sappiamo di non trovarci in una società realmente libera e aperta, e tutti, del resto, vogliamo essere accettati.
Ma io continuo a pensare che l’artista sia uno degli ultimi custodi del vero, del sacro, degli ultimi.
Se rinuncia a questo ruolo, se non ne regge il peso, non resta che un abile scrivano.
Anche per questo ho cercato di portare il mio pensiero ad ogni presentazione, con un pizzico di timore e un po’ di coraggio, e ho sempre sollecitato una riflessione, desiderato uno scambio, senza pentirmene mai, nemmeno quando mi sono state poste domande provocatorie finalizzate ad avere – tra le due – l’opzione preferibile, e poi, essendo evidentemente la mia la risposta sbagliata, il libro è stato poggiato.
Non importa. Dobbiamo ad ogni costo tornare a dibattere, anche animatamente, ma con rispetto, su tutto quello che sta capitando, appoggiandoci anche alle analisi e alle ricerche di altri, senza temere di esporre le nostre particolari visioni.
Lo so, non è semplice. Oggi è più facile riconoscere il valore di un medico, di un muratore, di un parrucchiere… Ma si fatica ad affidarsi a chi – per istinto, per mestiere, per scelta di vita – prova a leggere il mondo mettendo insieme frammenti che sfuggono agli altri.
E forse questa sfiducia nasce anche dal fatto che troppe persone che usano la parola lo fanno in modo vuoto, sguaiato, complice.
Eppure credo che parlare con serietà sia ancora possibile; quando questo non è possibile, molto meglio il silenzio.

