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Lo specchio degli occhi tuoi | Estratto da Cap. II «Il Mama»

Lo specchio degli occhi tuoi | Estratto da Cap. II «Il Mama»

Finito di leggere, sorrise e spense il PC; lasciò la stanza ufficio e tornò nella Stanza Calda ad ascoltare un po’ di musica e bere un bicchiere di vodka.
La loro casa era collocata in una zona molto isolata, a sudest della Città Eterna, a pochi chilometri dalla stazione Anagnina. Si trovava all’interno di uno spazio discretamente ampio, ma quando erano andate lì la prima volta, in un martedì di settembre del Duemila, erano rimaste turbate, tanto era negletto. Una famiglia di rom stava ritirando in fretta e furia tutti i propri averi, e il proprietario, un signore bassissimo sulla cinquantina, aveva molta fretta di concludere. All’esterno lo spazio occupato da un giardino lordo, affiancato da un vialetto malmesso, conduceva ad un grosso portone con il vetro opaco e uno dei riquadri in vetro frantumato. Ci entravano le intemperie, qualche cartaccia e diverse bestiole.
Una mezza rampa di scale conduceva all’unico appartamento della costruzione, che si sviluppava su un primo piano rialzato.
Era una casa abbastanza grande per la media delle case della città, e il prezzo era quello di un monolocale. Qualcosa doveva pur nascondere. Non era il caso di chiedersi cosa. Anche loro, del resto, avevano fretta di concludere. Le bollette sarebbero rimaste intestate a lui; loro chiesero e ottennero di far rientrare nel canone d’affitto anche tutte le utenze. Lasciarono due caparre e la mensilità corrente senza avere in cambio nulla, nemmeno una carta informale, e tornarono il weekend successivo con tutte le loro cose.
Durante i primi due anni l’appartamento era rimasto immutato. Poi, nella primavera che precedette l’inizio dell’attività, investirono parte delle loro modeste somme nell’apportare delle migliorie all’edificio. Ristrutturarono il giardino, cambiarono il portone esterno, affissero un citofono e una piccola targa, dipinsero le pareti interne.
Dunque, al tempo dell’inizio dell’attività la dimora era fatta di stanze piccole ma accoglienti. Tinte calde e lucenti la ricoprivano come un manto.
Sul citofono esterno i loro nomi, VIOLA MARIANI (ILLY) — ELETTRA GRIECO (CYN), e accanto una piccola targa con su scritto MAMA, il nome che avevano scelto per il loro nuovo lavoro. Ci avevano riflettuto su a lungo. Temevano che questa parola potesse contenere un richiamo alla mamma o all’amore, aspetti che avrebbero allontanato gli uomini da loro e dall’idea che volevano rendere: un’oasi di pace, un coacervo di lussuria e di piaceri, un posto dove essere se stessi a pieno, buttare a terra le proprie uniformi o i completi da lavoro, per mostrare l’altra faccia di sé, quella oscura, quella perversa, quella dedita all’appagamento sensuale della propria fisicità, quella parte che urlava tutto il giorno davanti alle macchinette del caffè, ai sorrisi furtivi di mogli e colleghi, ai richiami dei datori di lavoro. Così l’avevano resa un’ancora perfetta, dislocata dal resto del mondo.

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