Era l’estate del Millenovecentonovantasette. Ero a casa, con mia sorella Marilù, avevo quasi sedici anni, lei ne aveva quattordici, ha due anni meno di me. Mia madre in quel periodo non era quasi mai in casa, seguiva una serie di corsi e si attardava a masticare l’ultimo pettegolezzo con le sue amiche. Mio padre era in qualche cantina a bere e a giocare tutto quello che aveva. In quegli anni vivevamo solo con i soldi del mio lavoro, mi davo da fare come cameriera oppure pulivo le camere degli alberghi. Quella sera avevo fatto il doppio turno, ero a pezzi. Appena Marilù si è addormentata, ho chiamato Nicolas. Era un mio amico da sempre, non ricordo nemmeno il giorno che l’ho conosciuto, credo che avessi ancora il pannolino.
Mi è venuto subito a prendere e siamo andati a fare un giro insieme, Marilù non se ne sarebbe nemmeno accorta. Lui aveva compiuto diciotto anni da pochi mesi ed era contento di non dover più venire a prendermi con lo scooter. Si è fermato in un bar per comprare un pacco di sigarette con la sua macchina nuova. Avevamo il volume della radio molto alto, ricordo che un vecchio ci mandò un’imprecazione, noi lo salutammo ridendo… poi siamo ripartiti e non ricordo altro, solo una forte luce e un rumore assordante di clacson e macerie accartocciate.
Poi mi hanno portato d’urgenza con l’elicottero nell’ospedale di Potenza, dove sono stata per due mesi in coma pilotato e ho subito diversi interventi. Quando mi sono svegliata, mi hanno detto che ero a rischio paralisi per la lesione di alcune vertebre; quindi sono rimasta a letto per sei mesi: prima in ospedale, dopo in casa. Prendo ancora svariati farmaci, ma alla fine sono qui —
— E il tuo amico come se l’è passata? — Intanto le stritolava la mano.
— No, lui è morto sul colpo. Non l’ho mai più visto —
— O santo cielo! Non lo sapevo, scusa —
— Non potevi saperlo, non scusarti. Quando mi sono svegliata dal coma, è stata la prima cosa che ho detto: «Nicolas?». Mi hanno mentito tutti, mi hanno detto che era stato ricoverato in un altro ospedale. Io ho creduto alle loro parole bugiarde, ma ho letto la sua morte sulle loro cornee: lì ho visto tutto… lo strazio dei genitori, i tre giorni di veglia, il funerale, la tumulazione. Ho finto a me stessa di non vedere nulla perché era impossibile la sua morte, per me; così ho aspettato senza fretta che finisse il pericolo di vita in cui mi trovavo per non attendere quella verità. Nel frattempo guardavo le flebo e gli aghi che mi proteggevano da quella realtà, come custodi di una felicità fittizia. Non volevo essere dimessa. Un giorno, insieme alla frase «Sei fuori pericolo di vita», arrivò quella «Nicolas non è più qui». Ho avuto una crisi isterica, mi hanno dovuta sedare, ho dormito per qualche ora. Sono buffi i medici quando credono di sedare un simile dolore, non trovi?

