Touch Communication

Rosanna Pierleoni

Vivere per l’oggi

È vero che alcune persone inscenano l’essere artisti prima ancora di esserlo, pur di restituire una certa immagine di sé agli altri. Persone che appartengono a specifiche bolle socioculturali a cui dimostrare continuamente fedeltà, o persone piú interessate a vedere se stesse come intellettuali a tutto tondo che ai problemi reali del mondo.

In questi casi non c’è dubbio, sarebbe molto meglio il silenzio.

Però io avverto anche il pericolo opposto: persone che avrebbero un piccolo potere nel loro ambiente e potrebbero dire una parola su alcuni temi, ma lo fanno solamente se quei temi sono in voga in quel momento o nel proprio contesto; diversamente, onde evitare qualsiasi attrito, incomprensione, o rischiare addirittura l’espulsione (reale o simbolica che sia), optano per il silenzio. Per me costoro sono vigliacchi, e dunque non all’altezza del loro compito, perché il loro silenzio non è dovuto a rispetto, sensibilità, senso di appropriatezza, ma solo ad una convenienza personale. Insomma, la logica della politica applicata alla cultura, all’arte.

Ci sono stati momenti in questi anni in cui per me rompere il silenzio è stato un bisogno viscerale, una necessità primordiale, un desiderio ardente di aderenza totale tra le mie parole ed azioni e la mia coscienza, anche se mi rendevo conto dell’assoluta inutilità (o addirittura pericolosità) della cosa.

Ho poi notato che una esposizione autentica, accorata, può avere persino i suoi effetti. A volte altri trovano il coraggio a loro volta di esporsi, altre volte qualcuno meno informato di noi trova l’occasione per informarsi, altre volte ancora il processo catartico si avvia e i benefici sono per tutti.

Insomma… spesso chi bazzica in alcuni ambienti culturali sin da piccolo, fa l’errore (magari inconsapevole) di credere che l’Italia sia tutta fatta di circoli letterari e abbonamenti a riviste erudite, quando ci sono ancora tantissime realtà – direi la maggior parte – in cui si parla solo dialetto e non si ipotizza nemmeno di destinare 15€ ad un libro. Territori di grave svantaggio socio-culturale depredati letteralmente da quegli altri, quelli appunto oggi più dediti all’arte, al linguaggio, all’astrazione.

Se questi due mondi non entrano mai in contatto diventa difficile per chi pratica l’arte immaginare una cultura come ponte, perché non si avverte abbastanza forte la rottura e dunque il bisogno di riparazione che persone cresciute con questo divario avvertono da sempre. Ne esce fuori una cultura “eco”, e dunque inevitabilmente narcisa, incapace di comunicare con altro da sé.

La cultura io la vedo come un’occasione per raggiungere gli altri, quelli che tempo, modo e capacità per prendere parte al tema del giorno, con paroloni sempre più difficili, non ne hanno. E dunque vanno sollecitati, guidati, capiti, aspettati. Quelli da cui molte altre cose si possono invece apprendere.

Io stessa non di rado mi giovo delle analisi di persone che seguo, più preparate di me, e che trovo attendibili non perché siano sempre in linea con il mio pensiero, ma perché per me sono affidabili nel modo di condurre il ragionamento.

Alcuni scritti poi hanno senso in se stessi. Ecco perché, se anche tutte le motivazioni esposte non mi bastassero più, continuerei a scrivere, a parlare.

Pensiamo ad un domani. Non sarebbe importante che qualcuno interessato a capire la nostra epoca un giorno leggesse un’analisi acuta su ciò che capita oggi, un verso capace di aprire orizzonti, una frase semplice capace di chiamare acqua l’acqua e genocidio un genocidio?

O un artista può davvero vivere solo per l’oggi?


Scrivo questa riflessione dopo aver letto un bel post di Giorgio Galli sul ruolo degli artisti, e di ciascuno, dinanzi ad alcuni momenti esistenziali come quello che stiamo vivendo, che ci rende testimoni/complici di un genocidio. Post che trovo condivisibile e vi consiglio di leggere (lo lascio nei commenti).

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